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ANTICA ROMA: Le Donne di Re, Cesari e Imperatori

October 21 2020
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Donne e uomini di potere… uomini che veramente detenevano il potere sul mondo inteo.. Donne che non solo affiancarono questi uomini e la corte, ma che qualche volta giunsero a compensare le deficienze di alcuni di loro. Strategie ed intrighi di donne messe in atto per giungere ad occupare quel posto… Ersilia, Tanaquilla, Livia, Agrippina, Bernice, Cleopatra, Poppea, Messalina… In questa carrellata di ritratti partiremo da molto lontano, fino ad incontrare Creusa, la sposa di Enea. Perché così lontano? Perché da Julo, l’altro nome di Ascanio, figlio di Creusa, per tradizione popolare, si fa discendere la gens Iulia. Conosceremo la storia di Roma attraverso le vicende di queste donne, dalle Origini alla Monarchia, passando per la Repubblica ed arrivando all’Impero.

La Donna nella Società Romana.

All’interno di una società fortemente maschilista, la donna romana viveva in assoluta condizione di inferiorità rispetto all’uomo, da cui finiva sempre per dipendere: come padre o come marito e perfino come fratello o figlio maggiore, quando restava vedova. Non conobbe mai, però, la sorte del gineceo, in cui veniva confinata la donna greca.
Soprattutto in età repubblicana, la sua sottomissione al maschio fu totale: il marito aveva sulla moglie diritto di vita e di morte. In caso di adulterio e perfino se fosse stata sorpresa a bere vino, poteva essere punita con la morte. (la sbronza era considerata il primo passo verso l’adulterio).
La posizione economica era fortemente penalizzata essendo, la sua dote, completamente integrata con quella del marito, che poteva disporne a piacimento, come disporre poteva di ogni altra cosa: schiavi e perfino figli, che poteva anche esporre, se non desiderati.
La sua esistenza si svolgeva tra le mura domestiche; mai sola, poteva uscire, ma vigilata e sempre accompagnata, sia per le proprie esigenze che per accompagnare il marito nei banchetti o altro. Il suo solo scopo di vita, infatti, era la cura della casa e dei figli.( in caso di mancanza di figli, poi, era sempre lei quella sterile e mai il marito che, per quella “mancanza” poteva chiedere il divorzio). L’adulterio femminile, infine, era punito assai severamente, al contrario di quello maschile, essendo considerata, la fedeltà della donna, il principio su cui si basava la famiglia.
La donna della Roma repubblicana, soprattutto se aristocratica e di buona famiglia, era, dunque, una donna virtuosa, educata ai valori della riservatezza e del pudore, completamente dedita alla casa e alla famiglia.
Un po’ meno rigida, la condizione della donna del popolo la quale, lavorando come lavandaia, panettiera, tessitrice, era leggermente più indipendente; assai peggio, naturalmente, la condizione della schiava.
La donna repubblicana, però, era anche sobriamente elegante e suo è il merito di aver indossato per prima la biancheria intima.

La società e la famiglia romana, però, non erano statiche, ma in continua evoluzione; vediamo, così, nel corso dei secoli, la donna romana migliorare la propria posizione economica e la propria indipendenza. E’ sempre in condizione di inferiorità rispetto al maschio, (che arriva perfino a discutere se ella possieda oppure no un’anima), ma la vediamo sempre più impegnata a riscattare la propria condizione. Come avvenne nel 195 a.C., quando un nutrito gruppo di donne scese in piazza per manifestare contro la Lex Oppia, una legge che stabiliva che le donne non potessero possedere più di mezza oncia d’oro, indossare abiti ornati di porpora, e altro ancora. Condannate, dunque, ad una condizione di dipendenza da leggi e dalla morale, le donne romane seppero sfruttare le lacune delle leggi medesime ed ottenere diritti e riconoscimenti.
Già nell’ultimo periodo repubblicano le donne videro migliorate le proprie condizioni e riconosciute una autonomia e una dignità conquistate a caro prezzo: potevano disporre dei propri beni, applicarsi alle lettere, ecc. Condizione, però, non da tutti ben vista.
Ecco la “sferza” di Giovenale verso le donne che si
danno all’atletica:
“Quale pudore aver potrà la donna che il suo sesso rinnega e cinge l'elmo?»
Ancora più sferzante nel giudicare la donna che si appassiona alle lettere ed in favore, invece, di quelle che si conservano ignoranti:
“… la donna che non usa un lambiccato stile...e non conosca le istorie tutte: poche cose sole sappia dai libri, e che neppur capisca.»
Ma qui si inserisce assai bene la figura di Ortensia, il primo grande avvocato-donna della storia, con la famosa “Orazione” pronunciata nel Foro in difesa di un gruppo di benestanti donne romane chiamate a pagare tasse per sostenere operazioni belliche; da premettere, che si trattava della figlia del grande oratore Ortensio Ortalo, unico e solo grande avversario del celeberrimo Cicerone.
Le straordinarie capacità oratorie, l’arte del “saper ben parlare”, la resero celebre già ai tempi del Primo Triumvirato, quando, alla presenza dei Triumviri Ottaviano, Antonio e Lepido, Ortensia pronunciò un coinvolgente discorso in difesa dei diritti delle donne romane.
All’epoca alle donne non era concesso parlare in pubblico, ma Ortensia seppe astutamente aggirare l’ostacolo e giustificare la sua presenza in quel luogo riservato a soli uomini. Ci riuscì accusando amabilmente i Triumviri di non aver ascoltato le istanze delle proprie mogli e aggiunse che le guerre in corso tenevano lontano mariti, padri e fratelli, lasciando le donne esposte ai soprusi e con la necessità di difendersi.
Concluse l’arringa con una domanda che convinse i Trumviri a cedere su molte delle richieste: perché mai avrebbero dovuto essere le donne a pagare le tasse, dal momento che guerre, magistrature, pubblici uffici e ogni genere di comando erano nelle mani degli uomini?
Fu quella una grande vittoria per le donne romane. In epoca imperiale la pressione morale andò rallen-
tando e così il costume, che divenne sempre più libero
e libertino.
Assistiamo ad un grande mutamento: abbiamo lasciato una donna sottomessa e fedele e la ritroviamo capricciosa ed indipendente. Le donne appartenenti a ricche famiglie si occupano sempre meno di casa e figli ( lasciati nelle mani di schiavi e precettori) e sempre più di feste e banchetti; banchetti e festini, però, sono occasioni per ostentare ricchezze e potere, anche da parte dei maschi.
La donna romana d’epoca imperiale veste di seta e splende di ori e gioielli. Dedica almeno metà della giornata, attorniata da schiave, alla cura del corpo e dell’abbigliamento. Per nascondere la bassa statura esibisce tacchi vertiginosi e per assecondare l’irrefrenabile vanità, si affida a belletti, cosmetici ed
elaboratissime acconciature cosparse di polvere d’oro.
Letteralmente coperta di gioielli da capo a piedi, la donna romana ostenta le ricchezze predate ad altre donne in terre lontane; compreso le pellicce, diventate un accessorio indispensabile.
Al contempo, però, proprio in età imperiale ecco rivivere alcuni aspetti della “virtù repubblicana” ed ecco gli esempi di eroiche, virtuose matrone romane che seguirono i mariti anche nella disgrazia e nella morte, come la nobile Passea che si tagliò le vene assieme al marito, Pomponio Labeone o come Paolina, la giovane moglie di Seneca, salvata in e xtremis per volere di Nerone. Ed infine il famoso episodio di Arria che volle precedere nella morte il
marito, Peto, uccidendosi lei per prima,

La parità con l’uomo… beh…
Nonostante il lusso sfrenato, l’apparente o reale indipendenza economica, non c’era proprio alcuna parità di sesso. Giuridicamente non contava nulla, però, proprio in materia giuridica arrivò un primo segnale di cambiamento: non diritti politici, ma diritti civili e precisamente, “diritto matrimoniale.
Il matrimonio romano, detto cum manus, prevedeva il passaggio della tutela della donna dal padre al marito; nel secondo secolo dopo Cristo, invece, si diffuse il matrimonio sine manus che prevedeva il consenso di entrambi i coniugi: primo passo verso l’emancipazione reale… almeno in seno alla famiglia.
Il secondo passo, di conseguenza, fu la legge che regolamentava l’adulterio, reato di cui rispondeva solo la donna, fino alla condanna a morte, decretata dallo stesso marito il quale, invece, non rispondeva affatto dello stesso reato.
Con la Lex Julia de adulteriis coercendis, 18. A.C., che rendeva giustizia anche ai diritti della donna, entrambi i coniugi rispondevano in egual misura di fronte a tale reato; anche riguardo l’istruzione, non si riteneva più inutile o addirittura dannoso per la donna l’istruirsi, ma , al contrario, che la donna istruita fosse una migliore madre e padrona di casa.
La parità con l’uomo?
Quella proprio non c’era!



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