ECONOMIA e FINANZA

Chi inquina, paga? I danni sanitari e ambientali delle attività economiche in Italia: quanto costa l’inquinamento alla collettività e chi lo paga

February 12 2018
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Citato nel primo Programma d'Azione Ambientale della Comunità Europea (1973 - 1976) e nella Dichiarazione della Conferenza di Rio de Janeiro su Ambiente e Sviluppo (1992), il principio " Chi inquina paga " è entrato nel Trattato delle Comunità Europee fin dal 1986 ed è riportato all'articolo 191.2 della versione consolidata dei Trattati (2016). Ma è mai veramente entrato a regime ?

Accise sui prodotti energetici, imposte sui veicoli, tasse sul rumore o su inquinamento e risorse naturali: le tasse ambientali pagate dai residenti in Italia hanno assicurato, nel 2013, un gettito di 53,1 miliardi di euro. Ma è possibile quantificare anche i costi ambientali sopportati dalla collettività, cioè i danni per l’inquinamento prodotto da famiglie e imprese?

Un primo conto - limitato per il momento alle sole emissioni in atmosfera e al rumore dei trasporti - ha visto le famiglie produrre, nel 2013, danni sanitari e ambientali per 16,6 miliardi, seguite dall'industria (13,9 miliardi) e dall’agricoltura (10,9). Esiste però un forte squilibrio tra chi inquina e chi paga: nel 2013 le famiglie hanno pagato il 70% in più rispetto ai danni creati, le imprese il 26% in meno. Il record degli sconti, 93%, va all'agricoltura.

L’agricoltura, poi merita un discorso a parte. Il bestiame produce nitrati, questi sono considerati fortemente inquinanti. I poveri animali non c'entrano niente, il vero problema è la raccolta dei liquami inquinanti. Il caso Campania è diventato esemplificativo nello specifico. L’applicazione dello stringente tetto di 170 chilogrammi di nitrati per ettaro all’anno calato su più di 316mila ettari, localizzati per lo più nel piano campano tra Napoli e Caserta, nel basso Sarno tra Napoli e Salerno e nella piana del Sele, sempre in provincia di Salerno, e pari ad oltre il 23% della superficie totale regionale, evidenzia la drammaticità della decisione e della problematica che meriterebbe più attenzione e più tempo di riflessione.
Coldiretti Campania e Confagricoltura Campania hanno presentato due distinti ricorsi al Tribunale amministrativo regionale per la Campania contro l’atto di riperimetrazione delle zone vulnerabili.

Ma torniamo ai costi dei danni ambientali registrati.

Secondo l’UVI – Ufficio Valutazione Impatto – del Senato i costi ambientali esterni sono quei danni, generati da un’attività economica o sociale, che ricadono su terzi (sotto forma di effetti sanitari, danni a beni ed attività economiche) o sull'ambiente (effetti a carico del capitale naturale e degli ecosistemi).

I costi esterni stimati per le attività delle imprese e delle famiglie in Italia, limitatamente alle emissioni in atmosfera e al rumore nei trasporti, nel 2013 supera i 50 miliardi di euro, il 3,2% del PIL nazionale.

La maggior parte dei costi esterni è dovuta ai settori produttivi dell’economia (33,6 miliardi di euro, che corrispondono al 66,9% del totale), mentre le attività delle famiglie contribuiscono per 16,6 miliardi (33,1%).

L’industria ha i costi esterni ambientali più elevati (13,9 miliardi di euro), seguita dall’agricoltura (10,9 miliardi).

Il riscaldamento domestico è al terzo posto (9,4 miliardi) superando i costi esterni dei trasporti delle famiglie (7 miliardi).

Le emissioni di particolato contribuiscono per il 29% circa dei costi esterni, seguite dalla CO2 col 22%, dall’ammoniaca (NH3) e dagli ossidi di azoto (NOx) col 16%, dagli ossidi di zolfo (SOx) col 5%, dal metano (secondo gas serra per importanza) col 4% e dal rumore dovuto ai trasporti col 3%.

Nella sua indagine sul gettito delle imposte ambientali in Italia, l’Istat attesta che solo l’1% circa del gettito delle imposte ambientali è destinata a finanziare spese per la protezione dell’ambiente. Quel che sfugge alla rilevazione è che lo Stato spesso incrementa il livello di alcune tasse “ambientali” (tipicamente le accise sui carburanti) per destinare il maggior gettito al finanziamento di spese non strettamente ambientali come terremoti, missioni internazionali di pace e altre emergenze di finanza pubblica: sono spese che costituiscono costi che lo Stato deve coprire, e per cui lo Stato sceglie, fra varie alternative, di utilizzare un'imposta ritenuta ambientale dallo Stato stesso. Non esistono, al momento, dati ufficiali sull'entità del gettito delle tasse ambientali vincolata a spese non ambientali.

Inoltre oltre il 97% dei sussidi dannosi per l’ambiente (SAD) è costituito da sconti fiscali, molti dei quali sono erogati anche a beneficio delle attività più inquinanti: cinque settori (trasporto aereo, trasporto marittimo, pesca, raffinazione, agricoltura e allevamento) ricevono volumi altissimi di sussidi anche se presentano costi ambientali molto alti

Insomma non c’è da stare allegri



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