|
|
Informazioni sull'autore del testo:
© Pensi che questo testo violi qualche norma sul
copyright, contenga abusi di qualche tipo?
Leggi come procedere
|
|
Fini, a ciascuno il suo mestiere
Pubblicato il 10/09/2010 |
da
Luigi de Magistris
analisi e commenti al discorso di Gianfranco Fini a Mirabello
Nel discorso di Fini a Mirabello è mancata qualsiasi forma di autocritica. Se si eccettua ovviamente il riferimento alla legge elettorale, la cui citazione appare dovuta più a ragioni momentanee e strategiche che ideologiche o politiche. Eppure un'autocritica era richiesta, diciamo anche ritenuta doverosa. A causa di tutti questi anni che Fini ha trascorso al fianco di un leader che oggi, finalmente, gli appare per ciò che è stato ed è tutt'ora: un monarca epuratore, l'uomo che calpesta istituzioni e magistratura, il fautore di una deriva populista della democrazia, il proprietario di Mediaset che crede di possedere anche le istituzioni. Era dovuta, un'autocritica, a causa di tutti questi anni vissuti sostenendo leggi ad personam, aggressioni alla giustizia, intimidazioni ai media. Fini ha partecipato ed è stato corresponsabile. Era forse diverso il tg di Minzolini pochi mesi fa, quando società civile e opposizione ne denunciavano lo schiacciamento sul regime a danno delle voci alternative? Era meno virulento, nel passato, il verbale attacco verso i pm rei di fare il loro lavoro? Era meno evidente, nel 2001 a Genova, la natura oppressiva del governo nei confronti del dissenso di piazza? Purtroppo la politica che non riconosce i propri errori, non li ammette senza ambiguità, non attua un mea culpa, è una politica che non risulta credibile fino in fondo. Fini deve perciò dimostrare la sincerità della sua svolta quindi la sua credibilità. E lo dovrà fare in Parlamento, per mezzo del gruppo da lui creato, ma anche negli spazi pubblici di confronto. Ricordare il suo passato, in certi ambienti anche del centrosinistra, sembra però quasi un'onta etica e un peccato politico. Già si diffonde infatti il mito dell'ex ‘uomo nero’ venuto a salvarci, il ‘messia’ di una nuova destra che riscatta anche l'acquiescenza e la debolezza che in questi 16 anni hanno colpito il centrosinistra: quello della mancata legge sul conflitto di interessi, quello degli inciuci e delle bicamerali, quello dell'opposizione intermittente. Ma Fini non può e non deve salvarci. Fini può essere un interlocutore importante, il fautore di una destra europea e presentabile, sinceramente democratica, magari anche il referente per percorsi di riforma che avvantaggino il paese. Quello che però proprio non può essere è un alleato elettorale. Non esistono coalizioni vincenti alle urne che vedano salire a bordo della nave del centrosinistra il partito di una destra che sebbene presentabile e moderna, resta comunque destra, quindi concorrente e ideologicamente distante. Gli elettori non capirebbero perché chiedono al Pd e all'Idv, a Sel come ai verdi e alla federazione della sinistra, la chiarezza di un progetto e di un programma, la forza di una leadership coerente che abbiano nelle primarie, reali e virtuali, il baricentro e il perno. Il coraggio, la coerenza e la chiarezza sono nell'Italia di questi giorni i sostantivi più invocati dall'elettorato. Fini li ha testimoniati soltanto in parte e in modo ambiguo, scegliendo infatti di non far venir meno l'appoggio verso l'esecutivo, quello che ha il suo fulcro nel Pdl, di cui nega l’esistenza, e che trova sua massima espressione in Berlusconi, di cui stigmatizza l’insofferenza alla democrazia. Allora, ci chiediamo e gli chiediamo, perché a quest'analisi non segue una scelta politica coraggiosa, coerente e chiara, come quella di far venir meno il suo sostegno al governo? Non domani, ma oggi. Visto che doveva farlo ieri. Il centrosinistra ricordi un motto semplice: a ciascuno il suo mestiere.
|
|
|