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Il mio giro - appunti di viaggio al seguito del Giro d'Italia

Pubblicato il 03/04/2008 | da Carlo Vanoni


Luca Gregorio, nato a Milano il 12 agosto 1981, è giornalista pubblicista dal settembre 2005. Ha cominciato come radiocronista di basket, il suo primo grande amore professionale e che ancora segue con viva passione e costanza. Ha fatto diverse esperienze come inviato nel mondo della pallacanestro, della pallavolo e del calcio. Lavora per AGR dal settembre 2005 e collabora anche con le emittenti televisive Eurosport e Sportitalia. Scrive canzoni, suona in un gruppo e gioca a calcio.

Ho avuto la fortuna di seguire, come inviato, eventi sportivi come le
Olimpiadi, i mondiali di calcio del 2006, gran premi di Formula 1 e del
Motomondiale, mondiali di ciclismo e tanti altri, ma nessuno di questi è
paragonabile, come esperienza umana, oltre che professionale, al Giro
d'Italia. Certamente il prestigio di un'Olimpiade, l'attenzione che
circonda una Coppa del Mondo di calcio, sono superiori. Ma, ugualmente,
non le baratterei con la corsa della Gazzetta dello Sport. Il Giro
d'Italia è un viaggio di tre settimane, nel quale ogni giorno cambia
l'accento delle persone con cui parli, cambiano i sapori del cibo, gli
odori della natura, i paesaggi. Dal turchese del mar Ligure, al celeste
delle coste sarde, agli scorci meravigliosi del Gargano o della Calabria,
all'entroterra collinare con i suoi villaggi medievali delle Marche, alla
Garfagnana, alla Versilia, alla riviera romagnola, fino alle rocciose
Dolomiti. In altre parole dalla 'nduja calabrese ai canederli, dal Nero
d'Avola al Gewurztraminer, passando per il Chianti, il Greco di Tufo, il
Dolcetto, il Lagrein. Una varietà di aromi che nessun paese al mondo può
vantare. Una mescolanza di sapori e odori, di piaceri per il gusto e per
la vista. Tutto ciò si mescola con l'avventura sportiva più faticosa di
200 temerari che rischiano la vita gettandosi a capofitto nelle discese
più vertiginose e senza alcuna protezione, che perdono 5 litri di sudore
al giorno, che scalano le salite più arcigne e percorrono a velocità per
noi difficilmente immaginabili le strade della nostra splendida penisola.
E tutti, dal primo all'ultimo, vengono applauditi e incitati con lo stesso
entusiasmo da un pubblico di milioni di persone, che attende per ore, ma
vede i propri beniamini per pochi secondi. Retorica? Forse, ma è la pura
verità. Chi ha la possibilità di vivere tutto ciò non se ne scorda, anche
perché tra le centinaia e centinaia di 'suiveurs', indipendentemente dal
ruolo che occupano nell'universo della carovana, si crea un senso di
amicizia, quasi di fratellanza, anche se non ci si conosce a fondo. Basta
guardarsi negli occhi tra quanti hanno il pass al collo, indipendentemente
dal colore, per sentirsi 'sulla stessa barca', per sapere che si vive la
stessa faticosa avventura, che si condivide qualcosa di grande. E così,
quando il Giro d'Italia finisce, anche se la gioia di fare ritorno a casa
dopo una lunga assenza non manca, ad essa si accompagna sempre il magone,
si associa un senso di vuoto per una indimenticabile esperienza che
finisce. Perciò, quando alla fine del Giro d'Italia Luca Gregorio mi ha
detto che avrebbe preferito seguire ancora il Giro in futuro, a prezzo di
rinunciare a qualsiasi altro evento, ho provato un senso di soddisfazione.
Perché aveva capito tutto ciò. E con entusiasmo ho accettato di scrivere
questa prefazione, augurando ancora una volta a lui e a voi, buon Giro.

Andrea Berton


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