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Comunicato Stampa
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La nuova Pac salva solo il part-time

Pubblicato il 05/09/2008 | da Gianluca Pacella


Secondo uno studio danese la riforma Ue favorirebbe i redditi delle aziende agricole non professionali Previsto un calo generalizzato del 24%, con un tracollo del 48% per i produttori di latte e carni bovine.

Roma – Il negoziato sulla verifica dello stato di salute della Pac si appresta a dominare l’agenda comunitaria almeno fino alla fine del 2008 e da Bruxelles arrivano già le prime valutazioni sui possibili effetti della riforma sui redditi degli agricoltori europei. E non sono valutazioni positive. Il 28 agosto scorso, nell’ambito del 12° Congresso degli economisti agrari europei
organizzato dalla Commissione Ue, è stato presentato uno studio dell’Università danese di Aarthus secondo cui l’health check favorirebbe i redditi degli agricoltori part – time rispetto a quelli dei produttori a tempo pieno. La riforma porterebbe a un aumento medio complessivo del 2% dei redditi per le aziende part – time (quelle per le quali il reddito agricolo non è principale) a fronte di un calo generalizzato dei redditi per tutte le aziende
che producono a tempo pieno, del 24 per cento. Lo studio danese analizza i possibili effetti della futura riforma su tre tipologie di aziende. La prima produce cereali e altri seminativi. Per questo tipo di impresa l’effetto sarebbe limitato a una perdita del 2 per cento. Lo studio prevede infatti un lieve aumento (nell’ordine dell’1-2%)della produzione cerealicola europea, nessun effetto negativo sul fronte prezzi, il taglio degli aiuti diretti
derivante dalla modulazione e un effetto positivo dovuto al calo dei costi d’affitto per i terreni a livello europeo. Molto peggio andrebbe invece per le aziende zootecniche, che lo studio divide tra produttori di latte o bovini e suini. E proprio i produttori di latte e carni bovine sarebbero i più penalizzati dalla prossima riforma della Pac, con il previsto aumento del 2 –
3% della produzione di latte in Europa a seguito della progressiva eliminazione delle quote latte proposta dalla Commmissione (con aumenti lineari delle quote produttive dell’1% l’anno tra il 2009 e il 2013). L’impatto sul reddito dei produttori di latte e carni bovine, a seguito della riduzione degli aiuti
diretti Ue (ma anche del calo dei prezzi) sarebbe del 48 per cento. Le proposte Ue comporterebbero nel lungo periodo (l’orizzonte preso in considerazione dallo studio è quello del 2016) un aumento del 3,8% della produzione europea di latte, alla quale farebbe a sua volta seguito una riduzione progressiva del prezzo che, sempre secondo lo studio danese, arriverebbe a perdere l’8,3 per
cento. Solo nel 2008 la riduzione del prezzo sarebbe del 3 per cento. Lo studio (che fa riferimento anche all’analisi d’impatto presentata dalla Commissione europea contestualmente alle proposte giuridiche sull’<> della
Pac) sottolinea anche come in quantitativi supplementari di latte prodotto in Europa a seguito dell’aumento delle quote sarebbero destinati per i due terzi alla produzione di formaggi e latticini freschi mentre un terzo della produzione aggiuntiva sarebbe esportato sul mercato mondiale. Per i produttori
di carni suine l’effetto della riforma sarebbe <> a un calo del 9% dei redditi, sempre in riferimento alle aziende <>. La Commissione, rappresentata all’incontro dal capo di gabinetto del commissario Fischer Boel,
Klaus – Dieter Borchardt, ha difeso dal canto suo i principi cardine della nuova riforma. A cominciare dall’estensione del disaccopiamento totale, che secondo l’Esecutivo Ue resta la soluzione migliore soprattutto in una fase come
quella che caratterizza i mercati agricoli attuali, lasciando liberi gli agricoltori di orientare le proprie scelte produttive verso le richieste di mercato.Ma i sorprendenti risultati dello studio presentato la scorsa settimana (non a caso forse proveniente dalla Danimarca. Stesso Paese d’origine del commissario Ue), secondo cui la nuova Pac, tutelerebbe maggiormente i redditi
degli agricoltori part – time, non può non ricordare le polemiche seguite a una dichiarazione fatta dal commissario Fischer Boel circa un anno fa sull’opportunità per gli agricoltori Ue, di trovarsi un secondo lavoro (<> in vista della progressiva riduzione del budget agricolo. Un invito che allora sembrò quasi imprudente, visti i dati (Eurostat)
sugli agricoltori con altro reddito principale in Europa: il 22% in Italia, il 28% in Spagna, il 43% in Germania fino a superare il 50% del totale in molti partner Ue

Alessio Romeo

Da "Agrisole – Il Sole 24 ore"

(sett. 5 – 11 settembre 2008 n.35)

www.agroalimentarenews.com


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