ARTE E CULTURA

Il paradosso della cecità e il colore

November 11 2019
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Un’analisi per poter capire se possibile comprendere e percepire i colori attraverso i quattro sensi non legati alla vista. La sinestesia una chiave per aiutare un cieco a comprendere e percepire i colori.

Generalmente i vedenti danno troppo per scontato la loro visione del mondo circostante senza rendersi conto di essere più ciechi di quello che pensano. Gli animali che ci circondano percepiscono il mondo in modi differenti. Api e farfalle possono vedere i raggi ultravioletti, i serpenti annusano con la lingua e vedono con i recettori termici. Altri esempi come le tape, i pipistrelli e la salamandra europea, fondano la loro esistenza e si sono evoluti a vivere senza vista. In questi animali gli studi confermano un maggiore sviluppo di tutti gli altri sensi e ciò avviene anche negli uomini nati con cecità congenita.

L’architettura celebrale di ogni singolo individuo sia cieco che vedente non viene definita dalla genetica ma essa si modifica anche profondamente in base alle esperienze del singolo individuo. Tradizionalmente il cervello viene diviso in aree sensoriali distinte come la “corteccia visiva” o la “corteccia uditiva” dove vengono elaborati i segnali elettrici provenienti dai vari organi di senso, da queste arre definite primarie i segnali passano in zone secondarie multisensoriali per riuscire ad avere un’esperienza percettiva o di pensiero. Questa visione è stata messa in discussione grazie a studi svolti dalle neuroscienze della cecità, che ha fatto emergere un cervello “funzionale” e non diviso per organi di senso. La corteccia visiva per esempio si e specializzata in diverse funzioni indipendenti dando maggiore flessibilità nell’organizzazione dei processi celebrali cognitivi. Questo permette all’area visiva di essere riutilizzata come area uditiva secondaria e di essere cruciale per la comprensione linguistica e letterale o per la memoria. Se la corteccia e specializzata in funzioni considerate strettamente visive, anche se non lo sono nella loro essenza, sarebbe possibile tradurre queste funzioni sugli altri canali sensoriali. Tutto questo sembra possibile per il semplice fatto che il pensiero astratto nasce anch’esso da basi sensoriali.

Vari studi della corteccia uditiva svolti tramite risonanza magnetica sui ciechi hanno dimostrato che l’elaborazione di diverse frequenze sonore avviene in una banda più ristretta e accurata rispetto ad individui vedenti. Quindi nei ciechi congeniti la corteccia uditiva risulta avere una sintonizzazione non solo migliore, ma anche più precisa nel distinguere piccole differenze nella frequenza di ogni suono. Un altro studio ha esaminato come le persone cieche riescano a elaborare la posizione di un oggetto in movimento tramite l’udito. Analizzando l’area celebrale hMT+, responsabile del rilevamento di oggetti in movimento tramite risonanza magnetica sì e vista un’analogia funzionale a quella presente in un individuo vedente. Quindi i ciechi possiedono una plasticità nella corteccia uditiva tale da permettergli di estrapolare più informazioni dal suono.

Per quanto riguarda il tatto esso risulta essere il senso più rassicurante a livello psicologico in quanto permette di avere delle conferme. In recenti ricerche svolte sui topi questo senso sembra svilupparsi bene prima della nascita del bambino precisamente durante la formazione del talamo. Sembra quindi che non sia la sola esperienza a dare vita al questo senso. Nei ciechi e stato scoperto che il tatto permette loro di acquisire informazioni più velocemente rispetto ad un individuo normale. Degli studi hanno dimostrato che il cervello privo della vista fa accelerare questo senso e permette ad un cieco di percepire lo spazio attraverso gli spostamenti d’aria, riuscendo a percepire ulteriori informazioni dall’ambiente circostante. Sembra che attraverso di esso i ciechi possano sviluppare un altro senso definito “senso facciale” che gli permetterebbe di localizzare anche un oggetto fermo come un’auto parcheggiata o di stabilire la grandezza di una stanza. Riescono a percepire una sorta di eco degli oggetti.

L’olfatto e il più antico dei sensi di cui disponiamo ed è in stretta relazione con il gusto, perché dall’odore possiamo anticipare ciò che si stiamo per assaggiare. Il senso dell’olfatto e legato direttamente al tronco encefalico del cervello e non è mediato dal talamo come gli altri sensi. L’olfatto e già sviluppato alla nascita e permette ad un bambino di riconoscere e trovare la madre per nutrirsi. Questo senso funziona grazie alle proteine G che associate ai recettori olfattivi stimolano la formazione della molecola messaggio (il segnale elettrico o impulso) per il cervello.
Questo senso è capace di captare circa un trilione di fragranze e nelle persone ceche risulta essere più sensibile e delicato. Secondo altri studi l’olfatto e una rete di sensazioni che interagisce con altri sensi, dando vita a rappresentazioni semantiche e spaziali. Gli odori hanno la capacità di risvegliare ricordi ed emozioni. Un cieco da esso può sviluppare la capacità di percepire i cambiamenti del tempo, fino al riconoscere la professione che svolge un altro individuo. Questo senso attiva anche delle zone celebrali dedicate alla vista e alcune aree del cervelletto.
Grazie agli odori i non vedenti riescono a creare una rappresentazione dello spazio riconoscendo i luoghi associando gli odori al luogo, a un oggetto o a una data situazione. Legato alla percezione visiva questo senso riesce a generare immagini nella mente di un cieco e in alcuni casi vengono riconosciute delle sfumature definite come colori.

Il senso del gusto dipende molto da senso dell’olfatto, basti pensare a un individuo affetto da affezione alle nelle vie olfattive, il gusto dei cibi peggiora o si annulla temporaneamente. Questo senso è composto da una miscela sensoriale formata dalla percezione gustativa, quella olfattiva e quella tattile. La percezione gustativa passa attraverso un agglomerato di cellule situate nell’organo della lingua e del palato molle, queste sono composte da strutture chiamate gemme gustative che traducono il sapore in segnale elettrico.
In quest’ultimo decennio alcune ricerche sul corpo umano sono giunte a scoprire che il nostro corpo possedere ulteriori sensi oltre a quelli ordinari, tra questi recentemente sono iniziati degli studi sulla magnetorecezione, ossia la capacità di un umano di percepire un campo magnetico. Dalle prime ricerche si e visto che un cervello cambia le proprie onde cerebrali a seconda del campo magnetico in cui esso e sottoposto. Potrebbe un cieco riuscire a sviluppare maggiormente questo senso e riuscendo a percepire la luce sotto forma di onda elettromagnetica o potrebbe riuscire a svilupparlo per orientarsi meglio nell’ambiente come gli uccelli o alcuni animali acquatici?

Il colore: cos’è?
Per riuscire a capire cos’e il colore si deve prima sapere cos’e la luce. Fu grazie a Maxwell che oggi sappiamo del legame che esiste tra fenomeni elettrici, magnetici e luminosi. Fu egli ad elaborare la teoria dell’elettromagnetismo. Facendogli scoprire che la luce e un insieme di onde elettromagnetiche.
Ogni onda in natura possiede un proprio mezzo di propagazione, per esempio il veicolo di propagazione del suono e l’aria. Per la luce il mezzo di propagazione più efficace e il campo elettromagnetico di cui e composto l’intero universo.

Il colore fa parte di questo tipo di onda elettromagnetica ed e stato denominato spettro del visibile. Questa piccola parte della luce possiede una frequenza che va dai 400 ai 750 nanometri circa. Normalmente gli uomini attraverso l’occhio riesco a tradurre queste frequenze in colori grazie ad un’area celebrale denominata V4 , come una radio traduce il segnale in suono o musica.

Grazie alle ricerche di Isaac Newton e possibile veder scomporre la luce attraverso un prisma. Questo semplice oggetto composto di un materiale cristallino scopone la luce mostrandoci le varie frequenze del visibile sempre in nello stesso ordine. In natura ritroviamo lo stesso fenomeno nell’arcobaleno. Da questo si può arrivare a dedurre che gli oggetti che ci circondano appaiono colorati perché i materiali di cui sono composti riescono a trattenere tutte le frequenze del visibile eccetto quelle riflesse. I colori quindi sono delle onde elettromagnetiche e appartengono al mondo immateriale.

Questo spettro del visibile grazie anche ad altre onde che riescono ad oltrepassare l’atmosfera terrestre hanno lo scopo di rendere vivibile il pianeta. Le radiazioni luminose del visibile aiutano la vegetazione della terra nel suo sviluppo e nella sua crescita. Quindi ciò che l’occhio umano percepisce come colore non serve solo ad emozionarci davanti ad un’opera d’arte, ma e una delle chiavi che permette la vita su questo pianeta.

Nella storia il tema del colore ha generato sempre grande curiosità e solo oggi con le moderne tecnologie siamo riusciti a comprendere meglio come il colore si costruisce nella nostra mente. Dai greci fino al rinascimento i colori fondamentali erano il bianco e il nero massimi esponenti della presenza della luce, dai quali scaturivano tutti gli altri colori.

Nella storia dei colori uno dei primi che argomentò sulle teorie del colore fu Franciscus Aguilonius nel 1613, nel trattato “Opticorum libri sex”. Per Aguilonius la scala cromatica era formata da cinque colori semplici (bianco, giallo, celeste, nero) e da tre colori composti (arancio, verde, porpora). I colori dai toni più chiari erano quelli più vicini al bianco mentre quelli più scuri erano associati al nero. Mentre i colori composti erano solo il risultato della mescolanza dei colori semplici.

Nel 1650 Athanasius Kircher, nelle sue opere “Ars Magna Lucis et Umbrae” e “Musurgia Universalis” riuscì ad elaborare una teoria descritta in complesse tabelle che associavano i colori alla musica, sostenendo inoltre che i colori e la musica sono in stretta relazione.
Fu nel 1672 che Isaac Newton presentò la sua scoperta sui colori che diede una prima svolta scientifica alle teorie del colore. Per Newton la luce non è un’entità semplice ed omogenea, ma una mescolanza di tutti i colori dello spetro. Teoria che dimostro grazie alla deviazione della luce attraverso un prisma. Per Newton la luce e composta da particelle di colore puro sovrapposte ed e dalla somma di queste la luce appare bianca.

Nel 1810 fu l’avvento della teoria dei colori di Johann Wolfgang Von Goethe che andava contro la teoria meccanicistica di Newton. Per Goethe i colori sono il risultato di un offuscamento della luce e non provengono dalla luce bianca, quindi è il prisma a sporcare la luce. I colori per Goethe appaiono dall’oscurità quando questa interagisce con la luce. Nel strutturare la sua teoria dei colori Goethe fu molto influenzato e ispirato dalle teorie filosofiche dei greci in particolare Platone, Aristotele e Empedocle.

Dal 1814 dopo aver conosciuto Goethe e aver apprezzato la sua teoria su colori Arthur Schopenhauer, sviluppò la propria concezione dei colori come fenomeno derivato. Legava la percezione dei colori alla retina dell’occhio umano. Per Schopenhauer, la polarità descritta da Goethe tra luce e buio non era di tipo fisico, ma ben si fisiologico. I colori sono il prodotto stesso del vedere.

Michel Eugène Chevreul nel 1839 pubblico i suoi studi sulla colorazione tessile e su luce e colore dove elaboro il cerchio cromatico che prese il suo nome. Elaborò anche la teoria del contrasto simultaneo ossia la capacità di due colori complementari di aumentare la loro luminosità se avvicinati. Fece questa scoperta stendendo dei colori su un foglio bianco e noto che sul bordo ogni colore si presentava un’aurea del suo colore complementare.

Fu rilevante il contributo di James Clerk Maxwell nel 1861. Grazie ai suoi studi scopri che elettricità, magnetismo e luce sono manifestazioni dello stesso fenomeno: il campo elettromagnetico. Scopri che l’andamento ondulatorio della luce era dovuto ai fenomeni elettrici e magnetici. Per Maxwell se la velocità di propagazione delle perturbazioni elettromagnetiche è la stessa della luce in tutti i mezzi allora la luce è un fenomeno elettromagnetico. Un corpo nell’emettere luce rilascia una certa energia, mentre quella che assorbe lo fa riscaldare. Grazie a queste ricerche capì che la luce era un’onda elettromagnetica. Riuscì nel 1861 a realizzare la prima fotografia a colori.

Vasilij Kandinskij scrisse nel 1912 sulle teorie del colore creando un nesso tra opera d’arte, spiritualismo e musica. Le sue ricerche furono influenzate da Rudolf Steiner e la teosofia. Kandinskij ritené che il colore poteva avere due effetti sul fruitore, il primo fisico e superficiale, basato su sensazioni momentanee registrate dalla retina dell’occhio, l’altro psichico dovuto alla vibrazione spirituale, ovvero il modo in cui il colore raggiunge l’anima. Secondo Kandinskij il colore può avere un odore, un sapore o risuonare.

Albert Henry Munsell ideò nel 1915 un sistema standard internazionale per riuscire a definire i colori in base a tre coordinate in un piano tridimensionale sferico: tonalità, luminosità e saturazione. Per la realizzazione di questo sistema realizzò delle campionature sulla risposta percettiva umana ai colori.

Johannes Itten nel 1919 fu docente presso la scuola del Bauhaus. Il suo obbiettivo era fornire le basi tecniche del colore e delle sue forme. Con queste basi si poteva arrivare al pieno controllo delle caratteristiche del colore e dei materiali. Si basava sullo studio dei colori primari in vari schemi definiti teorie dei contrasti; per Itten queste erano la base di un’arte dinamica e divergente.

Kristian Aars dal 1900 introdusse un metodo sperimentale sulla percezione dei colori. La sua filosofia della percezione approfondisce il carattere del rapporto fra soggetto conoscente e realtà. Per Aars anche se la realtà esterna esiste veramente essa non è percepibile come puro rispecchiamento nella nostra coscienza.

Eleanor Rosch, Pauol Kay analizzarono le forma lessicali dei colori in diverse lingue del mondo, scoprendo che i nomi dei colori possiedono una radice lessicale evolutiva primordiale che li accomuna.
Il neurobiologo Semir Zeki dedicò parte della sua ricerca nella compressione dei complessi meccanismi della visione del colore spiegando che esso viene costruito in una zona precisa del cervello definita V4 e che se questa viene compromessa non e possibile vedere nessun colore.

Per Oliver Sacks il cervello è come un’orchestra, ogni zona lavora e collabora assieme per generare nuove mappe mentali che consentono ad un individuo di decifrare il mondo che lo circonda. Anche se un cervello e privo di un senso riutilizza quell’area celebrale per ricavare ulteriori informazioni a meno che quest’ultime non siano danneggiate o compromesse.

Abbiamo appreso che il cervello è un organo dinamico in grado di adattarsi a situazioni complesse, nel corso dei secoli le ricerche e i pensieri sono stati molti e avvolte contrastanti. Ancora oggi si svolgo ricerche per cercare di comprendere sempre di più la complessità di quest’organo. Quindi il cervello di un cieco, escludendo ulteriori fattori congeniti, potrebbe attivare la zona V4 spiegata da Sacks attraverso altri sensi. In fondo vi sono casi di ciechi che sostengono di percepire i colori sebbene non siano in grado di descriverli in quanto non li hanno mai visti.

Vie traversali. La sinestesia.
Il termine sinestesia deriva dal greco e indica ‘percepire insieme, sentire insieme’, quindi vuol indicare un’esperienza di percezione simultanea. Per la maggior parte delle persone musica e colori sono solo metafore mentre per un sinesteta queste allegorie non esistono. Per un sinesteta il blu è una nota, un giorno della settimana, un numero ben preciso. Ogni individuo possiede la propria personale associazione cromatica, in quanto la sinestesia dipende anche dalle emozioni, dalle esperienze personali e dall’ambiente circostante o da come e sviluppata la propria percezione. Le persone con sinestesia generano in maniera automatica e inconscia queste doppie percezioni come sentire normalmente un profumo o toccare una superficie. Si può essere anche sinesteti inconsci in quanto non si tratta di una patologia e non ci si accorge di averla fino a quando non ci si confronta con altri individui che ne sono privi. I sinesteti descrivono questo fenomeno come l’avere un senso in più del quale non si può fare a meno.

Questo fenomeno e stato descritto in 4 modi nel corso della storia: il primo che i sinestetici sono semplicemente matti, il secondo che fanno uso di droghe, plausibile per gli effetti che LSD può provocare. La terza ipotesi e che questi individui risveglino involontariamente ricordi infantili, la quanta ed ultima spiegazione di tale fenomeno e stata legata alle metafore sensoriali. Non furono mai svolti approfondimenti o ricerche su questo fenomeno in quanto per la scienza non soddisfa certi criteri di analisi quali un fenomeno deve potersi ripetere in condizioni di controllo, essere spiegabile con principi e meccanismi conosciuti e deve avere conseguenze di vasta portata. Fu negli anni sessanta e settanta del ‘800 che iniziarono degli studi scientifici culminati nel 1883 con Galton che intuì una possibile ereditarietà del fenomeno.

Negli ultimi anni trenta del ‘900 John Harrison e Richard Cytowic mostrarono, attraverso studi neurofisiologici, un’autentica attivazione del cervello in più aree sensoriali. L’odierna tecnologia ha confermato queste ipotesi dimostrando più accuratamente l’attività di queste aree sensoriali che si attivano contemporaneamente anche più di due alla volta.
Baron-Cohen e J. Harrison svolsero ricerche più approfondite nel 1997 portando alla luce la questione ereditaria sostenuta da Galton.
Julia Simner e Jamie Ward scoprirono che la sinestesia non e un fenomeno molto raro e che siamo tutti siamo tendenzialmente dei sinestetici.
V.S. Ramachandran e E.M. Hubbard hanno messo appunto un test per distinguere l’autentica sinestesia dalla pseudo sinestesia.

Nelle tecniche di analisi di neuroimmagine riferiti a questo fenomeno e stata dimostrata l’attivazione delle aree visive e soprattutto di quelle che si occupano dell’elaborazione del colore in relazione all’ascolto della musica e alla visualizzazione di lettere. Per esempio, l’area V4 del cervello che si occupa della costruzione dei colori e situata a confine e quasi si tocca con l’area preposta alla rappresentazione dei numeri. Questo comporta che un sinesteta possiede una modificazione celebrale. Praticamente i sinestetici riescono a percepire il colore attraverso vie inconsce che gli permettono di vedere un numero anche se questo viene mimetizzato, perché ne vedono il colore.

La sinestesia sembra dipendere dai geni. Nel feto molte connessioni vengono interrotte per dare vita all’architettura cerebrale che tutti conosciamo. In un sinestetico questi geni sembrano essere difettosi dando vita a un’attivazione incrociata delle aree celebrali. Non si esclude però la possibilità di uno squilibrio chimico tra le parti.
L’unica sinestesia acquisita in modo permanete e riscontrata nei casi di cecità, soprattutto quella congenita o avvenuta in giovanissima età. Questa porta ad un potenziamento dell’immaginazione visiva e a connessioni inter sensoriali di ogni tipo.
La musica per esempio riesce a stimolare la zona sensoriale V4 senza che vi sia intervento ad uno stimolo relativo a un colore. E stato dimostrato inoltre che un individuo può provare la sinestesia anche se non e nato sinesteta, grazie alla dinamicità del cervello e ad un allenamento specifico. Questo perché sembra che lo stesso linguaggio umano si sia evoluto e sviluppato attraverso la sinestesia. Infatti individui comuni riesco a svolgere delle associazioni sinestetiche semplici come l’associare un colore chiaro e luminoso ad un tono acuto o un colore scuro ad un tono basso.

La sinestesia musicale e tra le forme più frequenti e i musicisti sono più consapevoli della sua presenza. Chi possiede sia l’orecchio assoluto che la sinestesia associa facilmente la tonalità di una nota a un colore. Può capitare che si riscontrino difficoltà a descrivere il colore che un sinesteta percepisce in quanto se ne rilevano alcuni che non sembrano esistere per il campo visivo.
Questo fenomeno nelle sue svariate forme possiede delle caratteristiche comuni: la prima si definisce inducer l’evento che stimola un canale sensoriale e il concurrent la sensazione che viene evocata senza stimolazione. Queste due parti sono in relazione sistematica, e vuol dire che al primo corrisponde sempre il secondo. Questa esperienza è involontaria ed automatica, come un riflesso. Viene percepita come reale e non come fantasia e si riproduce sempre identica anche a distanza di tempo. Generalmente e unidirezione cioè viene stabilità tra due sensi e non è intercambiabile.

I cervelli sinestetici sono predisposti ad avere più connessioni comportando una miglior memoria e capacità creative arrivando ad avere un potenziamento delle capacità di percezione.
Sono state elencate fino ad 80 tipologie differenti di sinestesie, ma la più comune e frequente che ha permesso di avviare studi su questo fenomeno e la grafema-colore, a cui ogni numero e lettera corrisponde un colore. Gli scienziati presumono che le altre forme sinestetiche abbiano caratteristiche simili alla grafema-colore. Secondo Ramachandran non è essenziale che due regioni celebrali siano vicine per essere interconnesse.

Altre forma di sinestesia che possiamo incontrare sono:
L’audio-visiva: Qualunque suono o melodia fanno percepire stimoli visivi come colori (cromestesia) o forme geometriche.
Lessico-gustativa: ogni parola possiede un gusto proprio.
Spazio-temporale: la percezione del tempo con una certa disposizione spaziale. Ad esempio i mesi dell’anno disposti a cerchio che ruota attorno a loro.
Audio-tattile: Suoni che inducono sensazioni tattili come tocchi e formicolii.
Misofonia: suoni che fanno nascere emozioni negative.

La collaborazione tra sensi porta a numerosi vantaggi come l’estrapolazione di informazioni complementari per facilitare la percezione di ciò che ci circonda. Queste informazioni non si associano casualmente assieme, ma interagiscono in modo fortemente complesso durante la percezione stessa.
La sinestesia audio-visiva permette ad un suono di suscitare un’esperienza visiva. Non e chiaro se la visione di questo sia interna o esterna perché gli stessi sinestetici faticano a descriverla. La tipologia più curiosa di questa sinestesia e la Cromestesia. Da studi scientifici sull’ascolto di suoni casuali svolti su individui sinestetici e non hanno portato alla luce che suoni acuti vengono associati a colori più chiari e note basse a colori scuri, mentre il timbro del suono influiva sulla saturazione. Note musicali di alcuni strumenti erano più colorate rispetto alle stesse emesse da un altro strumento. La differenza tra i due gruppi e che nel ripetere i test i sinesteti erano più coerenti rispetto agli individui di controllo. Dal test sembra che vi sia un meccanismo comune che permetta di abbinare colori ai suoni con associazioni tono-luminosità e timbro-saturazione. In un secondo test e stato dimostrato che i colori percepiti dall’ascolto della musica erano suscitati automaticamente dimostrando l’autenticità della cromestesia come sinestesia.

Un altro esperimento mostrò l’effettiva attivazione dell’area V4 e altre aree visive durante l’ascolto di suoni.
Per concludere possiamo affermare che un nato cieco può riuscire a percepire i colori tramite la sinestesia musico-visiva o anche di altro tipo, anche se al giorno d’oggi non e ancora possibile descrivere di quali essi siano. Inoltre imparare ad essere sinestetici e a percepire il mondo attraverso altri sensi può essere utile in età avanzata (e non solo) quando la vista inizia a deteriorassi. Tutti siamo destinati a divenire ciechi.

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