ARTE E CULTURA

Inaugurazione mostra Ileana Daghino all'Atelier Ale&Jos

July 9 2018
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GIOVEDì 12 LUGLIO alle ore 18,30, presso la nuova Galleria in Corso Gramsci 20 a Torre Pellice, l'Atelier Ale&Jos - studio d'arte e comunicazione gestito da Alessandra Urso e Giovanni Sattin - è lieto di presentare la MOSTRA PERSONALE DI PITTURA DI ILEANA DAGHINO, in occasione della prima apertura ufficiale dell'Atelier al pubblico. La mostra, dal titolo "Fantasie Lunari", è composta da più di 50 opere tra quadri, sculture e gioielli realizzati negli ultimi tre anni dall'artista e sarà presentata dal critico d'arte MARIA PALLADINO , concludendo con un ricco buffet per i suoi ospiti. SABATO 16 LUGLIO (data di apertura del rinomato festival letterario Una Torre di libri) l'Atelier Ale&Jos parteciperà alla Notte Bianca con l'apertura serale della mostra. L'atelier Ale&Jos è una struttura innovativa per l'immagine, la comunicazione e lo sviluppo di attività promozionali: realizza la propria attività organizzando mostre personali e collettive con prodotti mirati all'identità dell'artista; collega l'arte alle imprese con la progettazione di locali d'avanguardia, arredi,ambientazioni, scenografie, e gadget. Info: Alessandra Urso 331 1510343 urso.alessandra@libero.it

Ileana Daghino – Fantasie Lunari o l’indefinita molteplicità dei mondi possibili - A Cura di Maria Palladino

Ciò che ci colpisce e ci avvince al primo sguardo, osservando le opere di Ileana Daghino, è la perfetta manifestazione visiva di un aforisma di Paul Klee: ”L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non lo è”: non è per definizione possibile concepire la realtà come univoca e oggettiva, essa sarà sempre il risultato di una visione particolare, di un determinato approccio, sensoriale e psichico, agli stimoli esterni, per cui tutto il percepito, le forme come i colori e i concetti, divengono tasselli di un unico mosaico che per la vivida fantasia di un artista arriva a costituire il suo mondo poetico e a determinarne il segno.
Da ciò l’assunto della pittrice “Solo ciò che si vede esiste”: ognuno possiede la sua immagine del reale ed ha il diritto di esprimerla e manifestarla così come giunge ai suoi sensi e alla sua attenzione, senza doversi porre limiti di sorta se quanto raffigurato rispecchi o meno nei termini esatti quella che è l’opinione comune.

Ne nasce un universo incantato, come sospeso in una dimensione parallela, un microcosmo unitario e coerente fatto di simboli e motivi ricorrenti, di peculiari scelte cromatiche, ricollegabili a numerosi spunti antecedenti, ma assimilati e sintetizzati in un’interpretazione d’insieme lineare e articolata, una trasfigurazione innocente e poetica, delicata e profonda, ma anche misteriosa e arcana, dell’esperienza.
Possiamo collegare questi lavori a scelte coloristiche di stampo fauve, nella manifestazione immediata e palese di contrasti fra tinte pure e accese, campiture ampie e distese, che definiscono e delimitano gli spazi come tessere di un mosaico o tasselli di una vetrata istoriata. Il colore timbrico si accosta in composizioni piane, basate sulla bidimensionalità della costruzione e decostruzione degli oggetti e dei personaggi, sulla destrutturazione della prospettiva, che è piuttosto intuitiva che concreta, delineata dalla modulazione delle gradazioni tonali, che rispecchiano stati interiori, e la linea delimita i margini delle figure scandendo i piani come in un ritmo di danza, riprendendo l’esperienza di Matisse.

Il tratto cadenzato che avvolge e circoscrive figure e componenti del paesaggio intona una melodia percepibile a livello interiore, una musicalità fluida, sommessa e delicata, ma espansa e permanente, essa attua una sorta di collegamento ininterrotto fra le varie parti dell’opera e una connessione uniforme e congruente fra le diverse opere.
E’ un contesto riconoscibile, quello messo in atto da Ileana Daghino: sembra di poter seguire passo passo, di lavoro in lavoro, i momenti che strutturano una storia, portano alla luce il racconto di una civiltà sommersa, dimenticata nel tempo o addirittura parallela, come in quelle fiabe in cui si narra di bambole che improvvisamente, incredibilmente, prendono vita e si animano al calare dell’oscurità.

Il tutto pervaso dalla luce: sono tinte scure e forti, primarie, complementari, contrastanti, ma comunque modulate in schiarimenti e zone buie che riflettono il baluginio diffuso e lattiginoso dei raggi lunari o il chiarore aranciato di quelli solari.
Siamo immersi, nella maggior parte dei casi, in una omogenea luminosità notturna, sono scenari sospesi in un’indefinita e indefinibile circostanza sensoriale, spirituale, emotiva, a metà fra veglia e sonno, una fantasia ad occhi aperti, un miraggio o una divagazione fra il conscio e l’inconscio, un piacevole lucido stordimento dell’intelletto, del quale le nostre facoltà si inebriano e in cui si lasciano gradevolmente trasportare: la grande serenità in cui ci s’immerge osservando queste pitture testimonia della qualità magica e metamorfica della notte, condizione in cui i sensi si ottundono e l’impossibile diviene concreto, i pensieri acquistano forma e le labili parvenze prendono vita palesando le nostre più nascoste fantasie, dando voce e respiro al lato occulto dell’esistenza.

Non esiste però turbamento negativo in queste placide divagazioni serotine, nulla dello spaesamento romantico di fronte alla vastità incommensurabile della natura o della sopraffazione tormentosa ed inquieta dei simbolisti e dei decadenti nei confronti del misterioso esoterismo delle ombre, quanto piuttosto la volontà di “spegnere la luce”, ovvero di staccare la spina con la razionalità, la fredda consuetudine del quotidiano, l’abitudinarietà dei concetti condivisi e trovare il proprio modo, godere della possibilità di creare un proprio linguaggio grafico, un universo in codice, il personale alfabeto poetico, capace di sviluppare discorsi che inducano sollievo ed armonia interiore.
Ci troviamo immersi in un ambito in cui il sogno trova il suo punto di fusione con la fantasia e la memoria, un’espressività di stampo infantile, ma anche primitivista, tribale, espressionista, con accenti surreali, una scomposizione delle sagome degli oggetti in forme geometriche elementari: cerchi, quadrati, triangoli, losanghe, definiti da nette e decise linee di contorno, che ci riportano alla lezione di Cèzanne.

Questa frammentazione in costituenti primari ci riconduce altresì allo stile cubista, ma con la variante di un forte dinamismo: il procedere per livelli in questa ideale prospettiva, concettuale e desunta più che costruita programmaticamente è il movimento costante, vibrazionale delle modulazioni coloristiche e visivo dei personaggi che appaiono costantemente nell’atto di fuggire attraverso la scena, gesticolare animatamente, e comunque riempire vivacizzandolo il primo piano del dipinto.
Il richiamo più immediato è al Cubismo orfico franco-russo di inizio ‘900, in cui grande rilievo rispetto al Cubismo tout court, di cui è coevo, torna ad essere dato al colore: un colore ricco e brillante, ardente e antitetico appunto, che infonde vitalità alle cose e ne sottolinea la mobilità, l’essere immersi in un equilibrio spazio-temporale in divenire evidenziato dalla morbidezza dei contorni delle sezioni o blocchi che ne assemblano la totalità.
E’ una pittura di natura e figure, quella di Ileana Daghino, leggiadra ed evanescente, riporta alla mente l’ariosa, bambinesca leggerezza delle opere di Chagall, suddividendo la raffigurazione in zone ben distinte fra cielo e terra, alto e basso, con una ripartizione orizzontale che segna l’andamento del percorso, il tutto ben bilanciato.

Protagonisti sono uomini-bambini, o alieni, novelli progenitori, numi tutelari o archetipi rappresentanti gli elementi, creature indefinibili e indefinite nella loro estrema sintesi, pressoché astratta, il cui unico occhio affrontato è essenziale ad ottenere una comprensione d’insieme totalizzante e chiara di quanto al loro cospetto, come dalle parole di Klee: “Un occhio osserva, gli altri sentono”.
Potremmo considerare questi esseri enigmatici quali emanazioni di raggi solari o lunari, essi riportano alla memoria divinità antiche degli astri, della caccia e dei boschi, ninfe e fate dalle dimensioni indeterminabili, sovrastanti il paesaggio alle loro spalle o immerse in esso, attuando con ciò una stravolgimento della percezione ed un effetto di straniamento rispetto alla comprensione delle proporzioni.

Ci troviamo come sospesi fra micro e macrocosmo e arriviamo a chiederci se tali presenze non siano in verità emanazioni delle credenze e dei desideri, proiezioni inconsapevoli di pensieri celati, entità protettrici del riposo e della quiete, comunque evanescenti, immateriali, ospiti graditi e gradevoli di un confortevole, intimistico vagheggiamento.
Questi benevoli esseri, talvolta accompagnati da animali simbolici, ricorrenti: gatti, bovini, cavalli, spesso allargano le braccia per determinare le direttrici della narrazione, prendere su di sé il peso del sole, della luna, del villaggio stesso, sorreggere viali punteggiati di case, ramificandosi, rimandando alla memoria la sintesi poetico-architettonica degli alberi di Mondrian, ad un passo dall’astrazione. Abbracciando le nostre cure e le preoccupazioni e sollevandole dalla terrena pesantezza al di là del materiale, in un’atmosfera di pacifico, fascinoso estraniamento.

19.06.2018
Maria Palladino









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