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La vita è bella

December 29 2011
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Una storia di sport.

La partita della vita
Giugno 2010. I Mondiali in Sudafrica sono alle porte. E questa volta c’è un evento assoluto, anzi due: il rientro della Corea del Nord per la prima volta dopo il (per noi) famoso 1966, e la contemporanea partecipazione dell’altra Corea, quella del Sud, circostanza mai verificatasi da quando l’uomo inventò il pallone. Noi italiani non ci siamo fatti mancare niente: siamo stati capaci di farci sconfiggere ed eliminare da entrambe le Coree. Abbiamo infatti ben impressa nella memoria tanto la recente sconfitta ai mondiali del 2002 contro i sudcoreani, quanto quella più remota del 1966 contro la Corea del Nord, la squadra di dilettanti che ebbe la capacità di farci ridere di noi stessi per i decenni a venire (e pochi ricordano che nella partita precedente eravamo riusciti a perdere anche con l’Unione Sovietica). In quest’ultima occasione, l’allenatore Valcareggi (che poi prese la guida della nazionale proprio dopo la sconfitta del ’66), in veste di osservatore, aveva avuto l’ardire di definire i nordcoreani «tanti ridolini, tutti uguali».
Nel 2002, due ricercatori inglesi riuscirono in un’impresa senza precedenti: ottennero l’autorizzazione del governo nordcoreano a girare un documentario per la Bbc sulla leggendaria squadra che ci sconfisse nel ‘66. «The game of their lives», la partita della vita, questo il titolo del film, al termine del quale gli atleti si disposero obbedienti in fila davanti alle telecamere e si fecero riprendere con le loro valorose medaglie appuntate sul petto. Entusiasta della visione, il 16 giugno 2002, Filippo Maria Ricci scriveva sul «Corriere della Sera»: «I calciatori furono accolti come eroi, ricevuti da Kim Il Sung, padre della rivoluzione nordcoreana, e le medaglie che oggi sfoggiano sul proprio petto sono lì a dimostrarlo». Peccato che Filippo Maria si sia fermato alle immagini di quel documentario senza andare ad approfondire se lo stesso fosse attendibile o meno. La triste realtà, infatti, è un’altra. Ma ve la racconto in ultimo. Prima dovete capire cosa sia veramente la Corea del Nord.
Un inferno sulla terra.

Nessuno uscirà vivo da qui
Le due Coree si stagliano l’una di fronte all’altra. Molti di noi le confondono tra loro o pensano che siano la stessa cosa, lo stesso stato, lo stesso popolo. Invece si tratta di due Paesi totalmente diversi. Il Sud, dopo un difficile periodo storico, è oggi una nazione ricca e democratica. Il Nord soccombe invece ad una delle dittature più spietate e ad un’economia poverissima.
La Corea del Nord è un bunker. Il mondo ottiene con difficoltà notizie su cosa accada all’interno, e i nordcoreani non sanno cosa succede al di fuori dei propri confini. I giornali e la televisione sono monopolizzati dallo stato, internet non esiste, i libri occidentali non entrano nel Paese. Gli unici testi diffusi sono quelli che osannano le imprese dei regnanti. Da oltre un secolo, lo Stato è retto dal regime comunista dei sanguinari Kim: il fondatore (Kim Il Sung) e suo figlio, il regnante attuale (Kim Jong Il). Entrambi sono venerati come divinità dal popolo. Il giorno della loro nascita è una festività nazionale. Se si osa nominare uno dei due dimenticandosi di anteporre l’epiteto «Grande Leader» o se ci si dimentica di ascoltare devotamente per tre volte al giorno (alle cinque di mattina, a mezzogiorno e a mezzanotte) la Canzone a loro dedicata, la punizione fisica è certa. Le persone sospettate di criticare il comunismo o di inviare informazioni all’esterno finiscono in posti che la maggior parte dell’umanità pensa non esistano più: i campi di sterminio, i lager, che da quelle parti chiamano Gulag.

Obladì-Obladà
Basta niente per essere sbattuti in un gulag a scavare gallerie sotterranee, a dormire all’aperto, a cibarsi di erbacce e rifiuti: una soffiata, una denuncia senza prove, una critica al regime, una sfumatura sbagliata dei capelli. Oppure basta simpatizzare per gli occidentali. Anche in maniera innocente, per esempio sorseggiando una Coca Cola o intonando un motivetto pop. Come successe a Hae Nam Jl, tradita da una canzone dei Beatles la sera di Natale del 1992. Hae era a tavola intenta a chiacchierare con quattro amiche quando a un tratto le torna in mente un motivetto ascoltato qualche tempo prima di nascosto da Radio Seul. Inizia a canticchiarlo. La canzone è «Obladì-Obladà», e l’eco di quelle parole straniere (perciò proibite) cantate su quella Festa cristiana (e quindi anch’essa proibita) giunge a un suo vicino, che non esita a denunciare l’accaduto. Le sue amiche vengono condannate a otto mesi di lavori forzati. Lei finisce in un gulag sperduto tra le montagne al confine con la Manciuria. Qui, nei primi quindici giorni di detenzione viene malmenata e violentata a turno dalle guardie. Prova a suicidarsi, tagliandosi le vene con quello che le capita sottomano: vetri, schegge, pietre. Ma non ci riesce. Per punizione viene condannata a lavorare in un cementificio. Dodici ore al giorno, tutti i giorni, tutto l’anno, per otto anni. Quando il trattamento “rieducativo” è terminato, viene rilasciata e scappa a Seul, dove chiede asilo politico e tenta di salvare quel poco che le è rimasto addosso e dentro.

Prima guardia
I gulag sono simili ai campi di concentramento nazisti. Ahn Myong Chol è stato una guardia carceraria di un campo di sterminio dal 1987 al 1994. Dopo essere venuto a sapere dell’arresto di suo padre, reo di aver criticato in pubblico Kim Jong Il, scelse la fuga. Così, oggi può raccontare le barbarie che fu costretto a infliggere ai detenuti: torture, violenze, stupri, esecuzioni, omicidi. «Mi addestravano a trattare i prigionieri non come esseri umani, ma come cani o porci. Se un detenuto si attardava, la scusa veniva presa al volo per picchiarlo a morte. Se qualcuno era contro il socialismo, se qualcuno provava a evadere, bisognava ucciderlo. E poiché uccidere detenuti in fuga era un merito dei sorveglianti, che venivano premiati dal regime anche con trasferimenti in città e nei college, molto spesso i soldati incitavano qualche prigioniero a tentare di scalare la recinzione per poi aprire il fuoco e trucidarlo. Picchiare e uccidere erano un affare quotidiano per noi». Nei campi non c’erano cerimonie funebri e si vietava ai parenti di piangere di fronte alle quotidiane morti dei prigionieri con una sorta di filastrocca: «The anti-revolutionary person has died, so there is no reason to cry».
A conferma di ciò, Soon Ok Le, un ex dirigente statale che ha vissuto sette anni in un campo di rieducazione, racconta: «Le guardie ci dicevano: “Voi non avete diritti. Dovete pensare di essere delle bestie, degli animali, altrimenti non sopravviverete”. Per sette anni ho mangiato solo mais bollito. Eravamo trattati davvero come bestie. Ho visto centinaia di uomini uccisi dai test per le armi chimiche. Un giorno un ufficiale mi ordinò di scegliere cinquanta prigioniere sane. Una delle guardie mi diede un canestro pieno di cavolo inzuppato dicendomi di non mangiarlo, ma di darlo alle cinquanta donne. L’ho distribuito ed ho inteso il grido penetrante di quelle che lo avevano mangiato. Tutte hanno iniziato a vomitare violentemente del sangue e a gridare di dolore. Era l'inferno. In meno di 20 minuti erano tutte morte».

Fame (cane)
Il supplizio peggiore nei gulag è la fame. Come raccontato da alcuni testimoni: «i detenuti fanno di tutto per catturare e mangiare rane, topi, lombrichi». Milioni di persone sono morte di fame e stenti, e molti fra i vivi si cibano di insetti e radici. Mossi dalla carestia, molti nordcoreani si sono spinti in Cina in cerca di cibo. Lì hanno avuto delle relazioni con i cinesi, e diversi testimoni hanno riferito di aver assistito a infanticidi: i figli “bastardi”, nati da quelle che spesso erano relazioni-baratto “cibo-sesso”, appena nati venivano uccisi dalle guardie per una sorta di pulizia etnica. I genitori mancati, invece, erano catturati, rimpatriati e internati nei gulag. Qui le donne finivano destinate alla prostituzione; se rimanevano incinte, venivano fatte brutalmente abortire per estirpare alla radice una nuova generazione di possibili dissidenti.
Oltre che in Nord-Corea, molti gulag erano localizzati in Siberia, dove la temperatura arrivava spesso a -40°. Gli uomini che riuscivano a sopravvivere al viaggio erano destinati ai lavori forzati in condizioni disumane, senza vestiti adatti e senza nutrimento adeguato. L’ottanta per cento moriva di stenti durante i primi tre mesi di detenzione. Fu proprio la continua fame a spingere molti prigionieri a vendere il proprio corpo agli altri detenuti. Per una razione in più, per una scodella di minestra, per un pezzo di lardo, di burro, di zucchero, per le sigarette o per degli avanzi, si era disposti anche a uccidere (1). Per la fame, qualcuno iniziava a rubare ovunque: chioschi, armadietti, comodini. Quando li si scopriva, venivano picchiati ferocemente, ma senza essere violentati in prima istanza. Se però venivano ribeccati a rubare, la fine era quella della sodomia. Questo perché era preferibile prima umiliarli e demoralizzarli, spingendoli in un vicolo cieco in cui erano loro stessi a scegliere «tra due coltelli: di ferro o di carne».

(Fame) Cane
Alcuni sceglievano di cedere il proprio corpo. Come i più anziani, che, «trasandati, indecenti e puzzolenti vagavano nel lager, offrendosi per un tè o le sigarette». Altri lo subivano, come raccontato da un testimone: «Eravamo 60-70 persone e, quando ci fummo tutti ambientati e disposti nella camerata, in un angolo si trovò anche uno spazio libero. Vi si pose una coperta lacera, si gettò sul pavimento un materasso sudicio, e di sera due o tre con un grido breve chiamavano lì quel ragazzo, quasi fosse un cane. Lui si avvicinava docile e paziente. Riceveva per questo 2-3 sigarette, a volte un pezzo di zucchero o biscotti» (2).
In diversi lager vennero messi su dei veri e propri bordelli (3). A volte si formavano anche coppie stabili. Se non ci fossero state persone pronte a praticare l’omosessualità, le avrebbero costrette: mentre i detenuti più anziani agivano con modi più docili, persuadendo e corrompendo i ragazzini, i criminali più giovani ricorrevano alle minacce: «Scegli, cane: o ti siedi sul coltello, o sul c...!».
«Preferivi prostituirti piuttosto che marcire, morire, ricevere botte», ammette oggi un superstite, che ricorda: «Nell’angolo sul pavimento c’era un ragazzino con i lineamenti molto nitidi e regolari del volto. A quel punto, alcuni minorenni entrarono di corsa urlando. Vollero subito abusare di quel ragazzo, e iniziarono anche a litigare su come averlo - dalla bocca o dall’ano - e minacciandolo lo costrinsero a salire sulle brande superiori. Da lì echeggiarono pesanti affanni e minacce: “Apri i denti, o sarà peggio!”, “Su, fammi un bocchino, cane, se no ti spacco le reni!”. Quel ragazzo sventurato si opponeva e cedeva in silenzio» (4).

Infamati & intoccabili
Quando un omosessuale arrivava in mezzo ad altri detenuti, tutti cercavano in ogni modo di maltrattarlo. Tutti erano indignati di conviverci. Il suo letto veniva continuamente coperto di spazzatura, lo costringevano ad alzarsi prima di tutti per riordinare il bagno, gli rubavano ogni cosa: i giornali, le lettere, le sigarette, il cibo. E se avesse provato a nascondere la propria condizione, era l’amministrazione stessa a rivelarlo agli altri detenuti, che a quel punto avrebbero potuto anche ucciderlo. C’era anche una metodologia da rispettare nelle percosse da infliggere. Quando un detenuto si mise a malmenare un gay per il furto di un salame, il commissario politico osservò che solo l’amministrazione aveva il diritto di picchiarli con le mani, mentre lui poteva batterli solo col bastone.
Gli omosessuali vivevano insieme a tutti, ma avevano un tavolo separato, piatti separati, non era loro consentito mangiare dalle pentole comuni, si considerava una vergogna bere dal loro stesso bicchiere. Spesso erano picchiati, offesi, umiliati, scacciati dalla sezione comune a dormire nel bagno o all’aperto. Venivano destinati ai lavori più umili. Qualcuno arrivò a tagliarsi le dita per essere dichiarato invalido e quindi esonerato dal lavoro. Un bel giorno poi, anzi, una bella notte capitava di sentire le urla delle vittime di uno stupro di gruppo. A quel punto le cose iniziavano a cambiare. Ad attaccare erano di solito in cinque: quattro tenevano la vittima per le braccia e le gambe, e il quinto la violentava. Il detenuto che subiva un atto di sodomia era chiamato “infamato”, e all’indomani del “battesimo” poteva passare nello scomparto della baracca e godere dei privilegi destinati ai suoi stupratori: si sedeva con loro a un tavolo speciale nella mensa, iniziava a usare il lavandino riservato a loro in bagno. Era diventato un “intoccabile”.
Ma non per tutti era così. Anzi, per pochi era così. Se un omosessuale non soddisfaceva i gusti degli altri detenuti, le cose potevano andare anche diversamente. Come dimostra la prossima storia.

Nota procedura
Il primo tra gli omosessuali che si decise a uscire allo scoperto fu Gennadij Trifonov, il quale nel dicembre del ’77, dal lager, ebbe il coraggio di mandare una lettera aperta alla redazione di un giornale: «Ho sperimentato tutti gli incubi e gli orrori, ma abituarvisi è impossibile. […] In confronto con la nostra posizione, quella dei nostri pari nei lager della morte del “Terzo Reich” è roba da nulla. Loro avevano una prospettiva chiara, la camera a gas, noi, un’esistenza da animali, destinata a una morte per fame, ciascuno col sogno segreto di una malattia grave per avere alcuni giorni di pace su una branda del lazzaretto del lager. Conosco persone che hanno dimenticato la fine della pena o che fisicamente non hanno retto sino al giorno del rilascio. I loro cadaveri venivano tolti dal filo elettrico, venivano trovati impiccati nelle celle del carcere, tormentati a morte da criminali imbestialiti, malmenati dalle guardie o impazziti. […] La maggioranza schiacciante degli omosessuali (se non sono giovani e attraenti, e non vili per natura) è costretta a nutrirsi dei rifiuti negli immondezzai, non può avvicinarsi ai tavoli comuni nelle mense dei lager, nelle prigioni soffre la fame. Io, per esempio, nei tre mesi di indagini preliminari, mentre mi scaraventavano di cella in cella, dove ero ferito dai detenuti e dormivo sul pavimento di cemento per 30 minuti ogni 24 ore, non ho mangiato cibo caldo per un mese e mezzo... I pacchi di derrate nel lager vengono sottratti agli omosessuali e, in aggiunta, si spappolano loro le reni o si provocano altri danni corporali gravi. Molti degli omosessuali detenuti sono privati dei posto letto e in ogni stagione dell'anno sono obbligati a stare fuori dalle baracche abitative. Di regola ci è negato l'accesso all'infermeria. È davvero tragica la posizione dell’omosessuale se, secondo gli altri detenuti, una tale persona non può essere impiegata per soddisfare i loro bassi desideri. Ciò riguarda ad esempio le persone di età avanzata o gli invalidi. Nell'anamnesi medica dei detenuti omosessuali si incontrano diagnosi spaventose: schizofrenia, tumore del retto, della gola, dello stomaco, della prostata. Se queste informazioni arriveranno in Occidente, sarò accusato di diffamazione e sarò soppresso fisicamente, tanto più che per questo basta poco: contro di me saranno aizzati i criminali, ormai privi di un’apparenza umana, e in seguito la mia morte sarà presentata con la “nota procedura”… ».

Homocaust
Le amministrazioni sapevano come turbare i prigionieri, suscitare in loro una confusione psicologica, inculcare un senso di colpa, costringerli a giustificarsi («chi si giustifica non combatte più, chi si spiega è vinto a metà») o ad addossarsi colpe non commesse. Come nel caso di Valerij Klimov. Quando i superiori vennero a sapere della sua omosessualità, scoppiò uno scandalo e fu processato: «Quando mi chiamarono in procura, il giudice istruttore mi disse: “Tu, Klimov, non reggerai tutti gli interrogatori. Non è meglio se ti impicchi da solo? Qui abbiamo molte lenzuola. Confessa tutto, se no trasciniamo i tuoi ragazzi, e ne vedranno tante da rimanere sconvolti per il resto dei loro giorni”. Al processo mi diedero tre anni. Per me potevo stare sia in carcere, sia nel lager. Ma vennero uccisi omosessuali davanti ai miei occhi. Uno fu picchiato a morte. Avvenne in carcere. Nella nostra camerata eravamo in cento, ogni giorno lo violentavano 3-4 persone, dopo di che lo gettavano sotto una branda. Era una barbarie, un incubo! Un giorno lo violentarono in dieci, poi gli saltarono sulla testa coi piedi. Caddi in uno stato prossimo alla follia: lì mi vennero i capelli bianchi. Proprio così si impazzisce, molti dopo il rilascio sono malati psichici. Non auguro a nessuno questa esperienza».
Pare che il figlio adottivo di Maksim Gor’kij avesse orientamenti omosessuali. L’eccelso scrittore, colui che si sperticava in proclami contro la miseria, l’ignoranza e la tirannia, avrebbe richiesto a Stalin la promulgazione di una legge che proibisse l’omosessualità volontaria, che secondo lui era una malattia straniera, estranea al popolo sovietico. Stalin lo accontentò, e nel gennaio del ‘34 in Russia furono eseguiti i primi arresti di massa tra gli omosessuali. Iniziò così a serpeggiare il panico e di lì a poco si registrarono i primi casi di suicidio nell’esercito (5). Questa legge vergognosa è rimasta in vigore fino al 27 maggio 1993, quando venne abrogata. Quasi sessant’anni di genocidio omosessuale (6).

Quanto vale un uomo
Da molti gulag non si esce neppure da morti: i cadaveri vengono accatastati o parzialmente seppelliti all’interno della zona sorvegliata e recintata. E se anche il corpo riesce a venir fuori vivo, l’anima ne esce irrimediabilmente morta. Evfrosinija Kersnovskaja, però, è stata la dimostrazione che poteva andare anche diversamente. Deportata in Siberia nel ‘41, undici anni dopo riuscì a fuggire. Catturata e condannata alla fucilazione, la pena le venne commutata e fu rinchiusa in uno dei lager più duri. Nonostante il freddo, la fame, le privazioni, il duro lavoro in miniera e le angherie, Evrfosinja riuscì a resistere con dignità e coraggio, tanto da essere oggi considerata in madrepatria una via di mezzo tra una santa e una martire. La sua passione per i libri e la letteratura le permise di sfuggire all’abbrutimento morale altrimenti inevitabile. Si racconta che una sera d’inverno, in una cella di rigore piena di escrementi, completamente nuda, resistette recitando ad alta voce i versi del suo poeta preferito.
Evfrosinija è morta nel 1994 all’età di 87 anni, ma ha lasciato al mondo la sua scioccante testimonianza. Dai suoi diari: «Alloggiamo in una baracca fatta di tronchi d’albero, con una sola finestra munita di inferriata, ma senza vetri. D’inverno, quando il gelo raggiunge i 45-50 gradi sotto zero, la finestra viene schermata con quello che ci capita sotto mano. Non vi è nessun riscaldamento… Su una superficie di 8-9 metri quadrati si affollano fino a 20 donne, private della possibilità di spogliarsi, lavarsi, o, se non altro, catturare i pidocchi […] Per ricevere 400 grammi di pane bisogna, in una giornata, lavare 300 paia di biancheria sporca di sangue che il freddo aveva resa rigida come pezzi di ferro; oppure duemila, sì, duemila, berretti, o cento grembiuli. Bisogna guazzare nell’acqua tutto il giorno, scalze, a piedi nudi sul pavimento di pietra, con i vestiti inzuppati, perché non vi è la possibilità di farli asciugare, ed è anche rischioso toglierseli, perché potrebbero rubarteli». Il titolo del suo libro («Quanto vale un uomo»), che richiama la prima testimonianza di Primo Levi sul lager («Se questo è un uomo»), fa riferimento a un episodio raccontato nei diari, quando le fu chiesto di rendere falsa deposizione e lei, nonostante le percosse, rispose fiera: «Quanto vale un uomo? Vale quanto la sua parola» (7).

Lo Scarafaggio
Ora possiamo finalmente tornare alla storia degli eroi nordcoreani che ci sconfissero nel ’66 e vedere come andarono realmente le cose al loro rientro in patria. Kim Il Sung aveva ordinato che i nemici di classe dovevano essere eliminati per tre generazioni. Fu così che l’intera famiglia Kang venne arrestata e internata nel gulag di Yodok. Chol-Hwan Kang, il più piccolo, aveva solo nove anni e per lui iniziò un calvario che ne durò dieci, tutta la sua adolescenza. I bambini nei gulag dovevano riuscire a sopravvivere da soli. Così venne messo a lavorare in un cantiere del campo. «C’erano dozzine di bambini con me nel cantiere», ricorda. «Molti di loro crollavano dalla stanchezza o morivano in incidenti sul lavoro. I loro corpi venivano sepolti segretamente senza mostrarli ai parenti. Per combattere la fame andavamo a caccia di topi e serpenti. Ho fatto degli sforzi tremendi per riuscire a sopravvivere. Più volte l’anno c’erano delle esecuzioni in pubblico. I condannati prima di essere uccisi venivano torturati. Non gli davano cibo e gli spezzavano le ossa delle braccia e delle gambe per farli diventare più leggeri da trasportare dopo la morte».
A inizio anni Ottanta, Chol-Hwan si imbattè in un detenuto confinato in cella di rigore, una larva umana che sopravviveva cibandosi di insetti, tanto che lo avevano soprannominato «Scarafaggio». Era finito lì perché, da addetto ai materiali da costruzione, venne colto a rubare un po’ di chiodi e qualche attrezzo da scambiare con altri detenuti. Insultò la guardia, e finì per tre mesi in cella di rigore. Il vero nome dello «Scarafaggio» era Park Seung-Jin, ed era uno degli eroi di quella leggendaria squadra del ’66. Per festeggiare la vittoria sull’Italia, lui e gli altri si erano abbandonati a una baldoria sfrenata in un bar inglese, bevendo abbondantemente e facendosi notare in compagnia di alcune ragazze. Due giorni dopo non si erano ancora del tutto rimessi e così nell’incontro nei quarti con il Portogallo di Eusebio, dopo essere stati in vantaggio per 3-0, furono eliminati perdendo per 5-3 (con quattro gol della “Perla del Mozambico”). Al ritorno in patria, la condotta della squadra fu giudicata «borghese, reazionaria, guastata dall’imperialismo». Tutti, a eccezione dell’autore del gol contro la nostra nazionale (Pak Doo Ik), che soffriva di gastrite e aveva preferito restarsene in albergo, furono spediti nei campi. Ecco perché lo «Scarafaggio» non compare in fila con gli altri con la medaglia sul petto nel documentario girato per la Bbc.
Kang rimase nel gulag fino a diciannove anni, quando fu rilasciato senza spiegazioni. Riuscì così a rifugiarsi in Cina e di lì in Corea del Sud, dove oggi lavora come giornalista per il più diffuso quotidiano sudcoreano. L’orrore della sua esperienza è raccolto in un libro autobiografico, «L’ultimo gulag» (8).
Per un curioso scherzo del destino, nei Mondiali in Sudafrica la Corea del Nord ha ritrovato subito il Portogallo nella fase a gironi. Se avesse superato il turno, avrebbe poi potuto trovare nuovamente sulla sua strada l’Italia e rigiocarsi la partita della vita. Sempre che nel frattempo noi, attanagliati in un girone “di ferro” con Paraguay, Nuova Zelanda e Slovacchia, fossimo riusciti a non far ridere il mondo facendo assurgere a eroi una nuova combriccola di “ridolini”.



BIBLIOGRAFIA

1.Delone V, I ritratti sul filo spinato, Londra 1984.

2.Igor’ Guberman, Passeggiate attorno alla baracca, 1988.

3.Mikhail Stern, Il sesso nell’URSS, New York, 1979.

4.Andrej Amal’rik, Memorie di un dissidente, 1982.

5.Lauritsen J, Thorstad D, The early homosexual right movement (1864-1935), Times Change Press, Ojai, CA, 1995.

6.Mogutin J, L’omosessualità nelle prigioni e nei lager sovietici, Novoe Vremja, 35-36, 1993.

7.Evfrosinia K, Quanto vale un uomo, Bompiani, 2009.

8.Kang CH, L’ultimo gulag, Mondatori, 2001.





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