SALUTE e MEDICINA

Le benzodiazepine non servono a curare l’ansia, anzi la cronicizzano

September 30 2020
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Sono innumerevoli i pazienti che affetti da ansia, depressiva o non depressiva, si vedono prescrivere, dal medico generale, o dallo specialista psichiatra, ansiolitici benzodiazepinici, i quali non curano minimamente l’ansia, anzi la cronicizzano (oltre a creare, inevitabilmente, una grave dipendenza, tanto più nei soggetti psicologicamente “alterati”).

Sono innumerevoli i pazienti che affetti da ansia, depressiva o non depressiva, si vedono prescrivere, dal medico generale, o dallo specialista psichiatra, ansiolitici benzodiazepinici, i quali non curano minimamente l’ansia, anzi la cronicizzano (oltre a creare, inevitabilmente, una grave dipendenza, tanto più nei soggetti psicologicamente “alterati”).

Le benzodiazepine servono unicamente ad attenuare, e per un breve periodo, i sintomi (non la malattia) legati all’ansia, sia di tipo sociale, generalizzata o somatizzata.

Sono utili solo per attenuare, al bisogno, un eventuale stato di particolare agitazione, in caso di attacchi di panico (solo al bisogno), e in pre-anestesia prima di interventi chirurgici.

Fuori da questi casi sono assolutamente sconsigliate, tanto più, sempre e comunque, il loro uso cronico.

Infatti, un loro uso continuato non solo cronicizza la patologia dell’ansia (la quale non viene curata), ma associa, ai sintomi della malattia stessa, tutta una serie di svariati e complessi sintomi da assuefazione e da sospensione (la quale avviene già in corso di terapia prolungata), con il risultato di aggravare e complicare, nel tempo, sia i sintomi, sia la malattia, e rendere più difficoltosa e complessa, sia l’eventuale somministrazione di una corretta terapia in un secondo momento, sia la guarigione dalla stessa.

L’ansia (come pure e soprattutto la depressione), dovrebbe essere trattata unicamente solo con un antidepressivo della classe SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina), in quanto la causa eziologica scatenante la malattia (ipersensibilità dei recettori serotoninergici, con la conseguente atrofia dei rispettivi neuroni, per via dell’aumentato metabolismo ivi innescatosi) è la stessa per entrambe, con differenze solo nella gravità dell’alterazione della sensibilità recettoriale e dell’atrofia neuronale.

Il consiglio, dunque, se state assumendo, da tempo, benzodiazepine (Xanax, En, Tavor, Lexotan, Valium, En, Diazepam, Alprazolam, Lorazepam…), è quello assoluto di recarvi da uno specialista psichiatra ed iniziare, molto gradatamente, una sospensione totale dal farmaco (nel giro di svariati mesi -utile sarà passare, se lo assumete in compresse, al formato in gocce, per meglio procedere in ciò), con contestuale inizio di una appropriata terapia antidepressiva della classe degli SSRI, tra i quali sono fortemente consigliati solo il Citalopram, e ancor più lo Escitalopram, gli unici, ad oggi, ad essere davvero, e unicamente, inibitori selettivi della ricaptazione del neurotrasmettitore serotonina (agente chiamato in causa in queste patologie).

Importante sarà il vostro impegno e la vostra costanza nel voler uscire fuori, sia dalla vostra dipendenza, sia dalla malattia che vi ha indotto all’assunzione cronica della benzodiazepina, ma non basteranno; è necessario, infatti, che acquisite una certa individuale conoscenza su tutti quelli che sono i sintomi da sospensione che vi potrebbero invadere, di modo che possiate essere consapevoli del quanto e stare relativamente sereni, senza auto-indurvi in comuni errori di sorta.

Allo stesso modo, nella fase di sospensione graduale da benzodiazepina, saranno molto utili procedure di disintossicazione; utili saranno tisane o sostanze depurative, attività fisica gradatamente intensa, saune…, insomma tutto ciò che può farvi disintossicare dall’accumulo dei metaboliti della benzodiazepina andrà bene, purché fatto con criterio, prudenza, e gradualità.

E’ noto, infatti, che i metaboliti della benzodiazepina si accumulano (come le sostanze comunemente denominate droghe), nelle cellule adipose dell’organismo, e che quindi una loro parte è difficile da eliminare del tutto e precocemente.
Ma tutto ciò vi aiuterà.

A tal proposito, una integrazione di colina (una vitamina del gruppo b) -assolutamente innocua- potrà essere di grande aiuto (attenzione pura, e ad un dosaggio pari a circa 1.000-1.200 mg la mattina a colazione, per svariati mesi per poi scendere a 600-700 mg per lungo tempo) come coadiuvante alla terapia antidepressiva.

La colina è in grado, a seconda della formulazione “veicolante”, di oltrepassare, in buona parte, la barriera emato-encefalica, divenendo, nel sistema nervoso centrale, acetilcolina (ivi aumentandone, dunque, la sua presenza circolante), ovvero un neurotrasmettitore del sistema nervoso parasimpatico, il quale inibisce naturalmente il sistema nervoso ortosimpatico eccitatore creando un’azione benefica sui sintomi legati all’ansia.

In particolare nel soggetto depresso si avrà un aumento delle naturali capacità cognitive, ovviamente limitatesi, nel tempo, per via della malattia.

Ma l’effetto benefico, in assoluto maggiore, lo si avrà come coadiuvante alla terapia antidepressiva, della quale attenuera’, in toto o in parte, i frequenti effetti collaterali, da molti avvertiti, legati soprattutto alla peculiare e negativa azione anticolinergica (anti-acetilcolina) della stessa (della terapia antidepressiva), e ciò grazie, come predetto, all’aumento indotto dell’acetilcolina circolante nel sistema nervoso centrale.
Stefano Ligorio.



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