EDITORIA

M'editiamo

January 16 2018
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Cose che uno scrittore non mai deve fare

Conosciamo la macchina editoriale. Gli Editori lavorano secondo criteri consolidati e poco o nulla è cambiato nel tempo. Gli scrittori ci stupiscono invece ancora. Ne abbiamo seguiti di bravissimi, ma specie col self publishing le sorprese non mancano. Un autore a cui abbiamo spiegato che l’editing del libro andava fatto, così ci ha risposto: a me mi piace così e poi ha aggiunto con un italiano improbabile: se sarebbe brutto… Si tratta ovviamente di un caso limite, ma un paio di cose dobbiamo chiarirle.

1) Non sempre l’autore è Dostoevskij e va guidato da professionisti che conoscano il mestiere

(ci si può fidare, di norma non hanno il lessico di Balotelli.)

Questo è forse l’ostacolo peggiore: far capire allo scrittore che mettere mano al libro non vuol dire stravolgerlo e che comunque il mondo non finirà con l’editing. Un po’ di umiltà e sensibilità critica fanno la differenza in ogni campo. Editare significa dare un’impronta editoriale all’opera e una coerenza di stile. E’ insomma altra cosa dalla scrittura creativa. Ognuno fa il suo mestiere e un libro è un insieme di professionalità (scrittore, editor, correttore bozze, impaginatore, grafico). Gli scrittori anglosassoni e americani sono più attenti alla qualità dell’opera, e i risultati si vedono: numero di vendite altissime, recensioni positive, contratti editoriali e ben pagati. Se la qualità è scadente è ovvio che soldi le CE non ne scuciano. Certo l’inglese è letto a livello mondiale e i numeri non sono comparabili, ma con le proporzioni dovute il discorso non cambia. Quello dello scrittore è un mestiere serio, non può essere un hobby: se pubblichi vuoi essere letto e vendere copie del libro. Chi legge normalmente non è un analfabeta. Io non andrei a farmi curare da un medico capace di dire: apra la bocca e mi faccia vedere il fegato. Immagino anche voi. UNO SCRITTORE NON PUO’ MAI ESSERE L’EDITOR DI SE STESSO.

2) La copertina: normalmente l’autore non è Picasso.

C’è un mestiere che si chiama grafica editoriale e al di là dell’aspetto tecnico, si occupa di un’indagine di mercato. La cover, se l’autore non è un nome conosciuto, incide per il 60-70% sulle vendite. Non mi sembra poco. Abbiamo visto cose fatte col copia-incolla che voi umani…

3) La sinossi. E’ il biglietto da visita dell’opera e dell’autore.

Va sempre scritta con molta cura. Davvero immaginate che un Editore che riceve migliaia di manoscritti si metta a sfogliare mallopponi che come lettera di presentazione recitino: Carissimo, il mio libro cambierà il mondo, c’è una profonda rivisitazione storica del Cristianesimo e a pagina 40 dimostra che Dio non c’è. All’Editore non interessa se Dio esista o meno, ma non vuole avere a che fare con quelli che si credono tale. Fare l’Editore è complicato e spesso lavora in perdita: un Dio a cui rivolgersi dovrà pur averlo.

4) Grammatica, sintassi (e refusi). Un ripassino a volte è dovuto:

un po’ e non un pò, qual è e non qual’è, un uomo è entusiasta come una femmina, non entusiasto. E ancora: perché-sicché-giacché e non perchè-sicchè-giacchè; pultroppo non si dice, forse a Pechino o in zona Stazione Centrale a Milano, ma in Italiano vuole la r; gli ho imparato e accellerare sono da matita rossa. Poi c’è la questione della punteggiatura: Moravia quando ha scritto gli Indifferenti, punti e virgole li ha fatti mettere da altri. Se non si padroneggiano i ritmi non è un’onta. Nella punteggiatura c’è poi il fatidico punto esclamativo, che tanto piace ad alcuni autori; il nostro editor in un’occasione ne ha contati 37 in una pagina. Ma chissà, più punti esclamativi si mettono, più il pensiero diventa espressivo. Ci sono però questioni molto tecniche, dovrei entrare in dettagli editoriali e non mi dilungo.

5) Voi scherzate ma là fuori c’è gente che scrive e parla così:


"Soffro di vene vorticose.
Di fronte a queste cose rimango putrefatto!
Quando muoio mi faccio cromare.
Dovrei avere il dono dell’obliquità!
Almeno l’itagliano… sallo!
Vi state coagulando contro di me!
Quando qualcosa non va, io sodomizzo!
Anche l’occhio va dalla sua parte…
Non so a che santo riavvolgermi.
Avete i nuovi telefonini GPL?
Prima di operarmi mi fanno un’autopsia generale.
Vorrei un pacco di cotone idraulico.
Abbiamo mangiato la trota salmonellata.
Vorrei una maglia con il collo a volpino.
Devo andare dall’otorinolalinguaiatra.
Ho visitato palazzo degli infissi a Firenze.
Vorrei una pomata per l’Irpef.
Se lo sapevo glielo divo!
Usare il DDT fa diventare più grande il buco nell’Orzoro.
Tu non sei proprio uno sterco di santo.
Tu l’hai letto il fu Mattia Bazar?
E’ andato a lavorare negli evirati arabi.
Lo scontro ha causato 5 feriti e 10 confusi.
A forza di andare di corpo mi sono quasi disintegrata.
Mia nonna ha il morbo del Pakistan.
La mia auto ha la marmitta paralitica.
Verrà in ufficio una stragista per il tirocinio.
Sono momentaneamente in stand-bike.
Davanti alla sua prepotenza resto illibato.
Scendi il cane che lo piscio.
Da vicino vedo bene, è da lontano che sono lesbica.
C’è una peluria di operai.
E’ inutile piangere sul latte macchiato.
Sono sempre io il cappio espiatorio
Vorrei 100 grammi di prosciutto senza polistirolo.
Mi sono fatta il Leasing al viso."


Strafalcioni divertenti (un po’ romanzati) ma non solo popolari. Quando facevo l’università a un esame l’assistente disse: la Naiche (pronunciato come le scarpe) di Samotracia. Avrà fatto carriera in un Paese nel quale il Ministro dell’Istruzione dice più meglio.

6) Promozione.

Con la promozione il discorso si complica ed è lungo e articolato. Gli autori in genere si muovono male in Rete e in particolare sui social: aprono un profilo e una pagina su Facebook o Twitter e poi ammorbano gli impronunciabili ai contatti col link di Amazon. E’ la strada giusta non solo per farsi bannare, ma anche per suscitare antipatia verso il libro. Ci sono anche i casi patologici, quelli che inviano messaggi in chat: questa cosa decreta la morte commerciale dell’opera. Non è neanche spam, ma una rottura di scatole. Gli scrittori non sono Testimoni di Geova e chi sta sui social ha il sacrosanto diritto di non venire importunato con offerte commerciali. I libri non si vendono su Facebook. Le strade sono altre e c’è una disciplina che le percorre: il social media marketing. Il blog è sempre bene aprirlo, ma l’uso va ponderato; il rischio è di finire come quel tale che si presentava dicendo: ciao sono uno scrittore, ho un blog. A cui rispondevano con sarcasmo: io sono un pilota, ho un motorino. Definitevi scrittori sui vostri profili e riceverete sonore pernacchie.

Per concludere (spero) degnamente il mio indegno articolo: IL FAI DA TE non funziona.

Un testo poco professionale, arrangiato, con una copertina fatta col copia-incolla è destinato a perdersi negli scaffali delle librerie on line. Al di là delle copie vendute a amici e parenti, un’opera priva di EDITING non vende e stimola recensioni negative. Perché un libro è un prodotto commerciale, ma non solo. Il lettore non è un consumatore come un altro, si aspetta molto dalla scrittura; spesso oltre ad essere un appassionato è uno del mestiere, i vizi normalmente lo infastidiscono e con gli strumenti di cui oggi dispone può danneggiare l’aspetto commerciale. Ci sono poi gli EDITORI: NON PUBBLICANO un libro rabberciato alla meno peggio. Il fai-da-te non paga, ed è normale che sia così.

Buona scrittura. Roberta, per Manoscrittiebook



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