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Negative SEO: mito o realtà?

January 12 2018
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La negative SEO è un argomento abbastanza controverso nel mondo della SEO, se ne parla molto ma è lecito domandarsi: accade altrettanto spesso? E’ davvero così semplice compromettere o addirittura penalizzare il ranking di un sito web concorrente? E come si scopre? Come ci si difende? Proviamo a fare un pò di luce sulla questione.

Cos’è esattamente la negative SEO

Con questo termine s’intende un’insieme di attività finalizzate a ridurre il ranking del sito di un concorrente nei risultati dei motori di ricerca. Queste attività, eseguite in modo consapevole di ciò che si sta generando, possono comprendere: la creazione di spam, link innaturali al sito, “furto” e duplicazione di contenuti e addirittura l’hacking del sito stesso. Come si può facilmente intuire, si agisce totalmente dall’esterno, senza quindi avere la necessità di accedere ai contenuti del sito, e si vanno ad alimentare gli algoritmi Google preposti al controllo dei link spam, dei link innaturali e di ogni altro aspetto che declassifica l’autorità di un sito.

Ma davvero è così facile, quindi, “ingannare” il motore di ricerca?
John Mueller, Webmaster Trend Analist di Google, tempo fa ha dichiarato: “In Google si lavora sodo per prevenire qualsiasi tipo di problema. Lavoriamo duramente sui nostri algoritmi per cercare di riconoscere questo tipo di problemi e intercettarli prima del tempo: la nostra squadra è poi disposta ad esaminare i dettagli, vedere cosa è successo e fare in modo che ciò non stia causando problemi ad arte su un sito web.”

1. Manipolazione dei link

Google fa il possibile per identificare link non naturali quando valuta il ranking di una pagina: pertanto lo spam viene ignorato, ed i relativi link non trasmettono alcun beneficio verso il sito di destinazione. Nell’aprile del 2012 venne lanciato l’algoritmo Penguin, e per la prima volta non si limitò più solo ad ignorare i link spam o non naturali, ma cominciò a prendere severe misure punitive verso i siti che usufruivano di link di manipolazione: ciò, se da un lato ha comportato un miglioramento dei risultati di ricerca forniti da Google, dall’altro ha fatto nascere una delle principali tecniche di negative SEO, ovvero la costruzione di link spam diretti verso il sito concorrente.

Un singolo link spam non è ovviamente in grado di incidere negativamente sul ranking del sito al quale è destinato, ecco perché, solitamente, la negative SEO genera collegamenti da un gruppo di siti, pratica nota come link farm. Una link farm è un centro di siti interconnessi tra loro, normalmente utilizzati per aumentare il profilo di backlink, e quindi l’autorità, di un dominio o di singole pagine di un sito web: un esempio è il PBN (private blog network).

Immaginate che ogni singolo link generato abbia come anchor text parole totalmente estranee al settore del sito verso i quali sono destinati, o ancora peggio contenenti argomenti che possano comprometterne la reputazione: un esempio di “attacco” di SEO negative l’ha subito WP Bacon, un sito podcast di WordPress. Esso venne attaccato con migliaia di link aventi anchor text “film porno”, creando grosse penalizzazioni di ranking nell’arco di appena 10 giorni: ma successivamente, il webmaster di WP Bacon riuscì a presentare documentazione opportuna rivolta a dimostrare l’assenza di legami con i domini inclusi nell’attacco, recuperando in breve tempo il posizionamento sulla maggior parte dei termini di ricerca.

E’ questo quindi l’unico modo di proteggersi: disconoscendo, attraverso apposita procedura (da farsi su Google Search Console) chiamata DISAVOW, i link non naturali o comunque che ritieni non utili alla tua causa.

2. Duplicazione dei contenuti

Un’altra tecnica di negative SEO consiste nel “prelevare”, per usare un eufemismo, i contenuti di un sito, duplicandoli e pubblicandoli quindi su un altro, in parte anche attraverso link farm. Probabilmente saprai già che l’algoritmo Panda di Google è stato creato proprio per contrastare la duplicazione dei contenuti: di conseguenza, quando Google trova lo stesso contenuto su più siti, li penalizza automaticamente in termini di ranking. In realtà Google è abbastanza intelligente da identificare la fonte originale del contenuto, e solitamente questo avviene, ma non quando la copia duplicata viene indicizzata prima (o meglio) di quella originale. Ecco perché questa tipologia di operazione viene normalmente compiuta su contenuti nuovi: duplicandoli su risorse spinte pesantemente da link farm può mettere a segno l’azione di penalizzazione.

Come proteggerti? Esistono strumenti che consentono di verificare se i contenuti del nostro sito siano presenti anche su altri, uno di essi è Copyscape: esso tuttavia non ci fornisce indicazioni sui siti che, eventualmente, pubblicano i nostri stessi testi. Per fare ciò, devi utilizzare strumenti come Awario, in grado cioè di restituire le informazioni sulle risorse che ospitano in modo non autorizzato (quindi senza citarne la fonte) i tuoi contenuti orginali o parte di essi: un avviso bonario con successiva denuncia per violazione del copyright a Google faranno il resto.

3. Heavy crawling e hackeraggio

L’heavy crawling è una tecnica piuttosto rara e utilizzata solo in casi molto particolari: essa consiste nel tentativo di mandare in crash un sito forzandone la scansione, e sovraccaricando quindi il server che lo ospita di continue chiamate. Se fatto nel modo giusto e con i giusti mezzi, effettivamente l’heavy crawling può riuscire a rallentare o addirittura bloccare un sito.
Cosa avviene se il motore di ricerca rileva un sito down? Poco o nulla se appare come un episodio isolato, altrimenti il rischio è di perdere il cosiddetto crawling budget, ovvero il tempo che Google dedica alla scansione dei contenuti. Ecco quindi che quando si notano forti e continui rallentamenti, sarebbe opportuno contattare l’ISP o il webmaster al fine di limitare eventuali IP che stiano, volutamente, sovraccaricando il sito web di richieste non necessarie.

Ulteriore step in termini di negative SEO, un attacco hacker costituisce forse l’atto più estremo: Google infatti tende a proteggere i propri utenti, facendo crollare rapidamente l’autorità di un sito nel quale rileva la presenza di malware. E’ chiaro quindi che colpire un sito concorrente “iniettando” codice malevolo può portare al risultato certo di declassarlo nel ranking, qualora ovviamente non vengano prese le dovute contromisure.

Abbiamo analizzato solo alcune delle più diffuse tecniche di negative SEO, alle quali potremmo forse aggiungere le false recensioni che impattano sulla Local SEO: sono tutte attività che, chiaramente, qualsiasi agenzia o esperto SEO dovrebbe sempre rifiutarsi di fare, ma non sappiamo se le cose vadano sempre così…



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