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Nell'immensa città mia, la notte di Gabriella Stanchina è in libreria. Abbiamo intervistato l'autrice

April 19 2019
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Nell'immensa città mia, la notte di Gabriella Stanchina è in libreria. La redazione di Segmenti Editore ha intervistato l'autrice

Nell'immensa città mia, la notte è il romanzo di Gabriella Stanchina, in tutte le librerie. Il romanzo è ambientato in una clinica circondata dalla campagna. In questo microcosmo raccolto intorno a un giardino, l’autrice, ricoverata per una grave forma di depressione, racconta in prima persona il percorso che dall’inferno della malattia la conduce verso l’inaspettata salvezza, restituendole una comprensione nuova del mistero della vita.
Abbiamo incontrato Gabriella Stanchina per una piacevole conversazione sul suo romanzo.

D. Nell'immensa città mia, la notte può essere considerato un romanzo autobiografico?
R. Da un certo punto di vista lo è, perché la materia di cui è costruito sono le memorie, gli incontri, l’esperienza viva e bruciante di una stagione della mia vita. Ma questa materia magmatica e incandescente non sarebbe stata afferrabile se la poesia, i libri, la bellezza che mi hanno tenuta in vita non mi avessero donato un linguaggio per distanziarmi, custodire la luce nascosta nelle cose e nei volti, dare a quella che era la mia personale risalita dalla notte un valore universale.

D. In quale momento della tua esistenza hai sentito il bisogno di raccontare quanto descritto nel tuo libro?
R. Ho dovuto attendere alcuni anni dopo la mia guarigione perché le parole per dire ciò che avevo attraversato cominciassero a fluire. Nel lungo periodo di buio della mia depressione ci sono stati sogni portatori di luce, come quello, narrato nel libro, della città notturna dopo la scomparsa dell’uomo, riflessioni, parole scambiate, illuminazioni inattese, ma tutto questo richiedeva di attraversare questo periodo di silenzio, di dimorare in questa crisalide di silenzio, per trovare la propria nuda essenza, maturare lentamente e scoprirsi capace di volare. Portare tutto questo alla parola ha avuto un valore terapeutico per me, ma nello scrivere il romanzo ho cercato di limare questo aspetto soggettivo, di includere altre voci, di lavorare molto sul linguaggio perché alla fine altre persone potessero riconoscersi in questo percorso di rinascita e trovare un significato più vasto e più vero al proprio dolore.

D. Perché hai deciso di raccontare l'esperienza della depressione che ti ha colpita e del ricovero in clinica?
R. Per aiutare chi soffre di questa malattia, ed è un numero sempre crescente di persone, a trovare le parole e le immagini per esprimere il proprio mondo interiore, e per chi sta loro vicino e viene a contatto con questa malattia come familiare o amico, per afferrare e intuire più lucidamente e profondamente ciò che accade nella mente di una persona malata. La depressione purtroppo è una malattia che spesso conduce al silenzio e alla sensazione frustrante dell’inutilità dei propri sforzi e dell’incomunicabilità del proprio vissuto. Questo libro vuole essere una
porta socchiusa su questo muto giardino interiore.

D. Come sei cambiata dopo questa esperienza?
R. Credo di essere cambiata profondamente ma allo stesso tempo di essere ritornata alla mia essenza e di avere ritrovato il significato più vero del mio cammino. In questi anni dopo la malattia ho impresso dei cambiamenti radicali alla mia vita: ho ripreso la strada della ricerca accademica e per farlo ho dovuto trasferirmi all’altro capo del mondo, in Cina. È servita molta forza interiore e molto adattamento, ma credo che gli anni del buio mi abbiano forgiato, aprendo strade inattese e dandomi la dedizione per attraversarle.

D. Nel romanzo parli di un sogno ricorrente che ha accompagnato tutta la malattia fino alla guarigione. Qual è il significato del sogno?
R. Il sogno è appunto quello della città, avveniristica e perfetta ma totalmente deserta, un luogo privo di dolore da attraversare in solitudine, pensato forse per degli angeli. Da un certo punto di vista è una cartografia dell’anima e della purezza perduta dell’infanzia, un luogo non usurato e devastato dalla fatica e dal travaglio mentale della malattia. Questo luogo, alla fine del romanzo, subisce una trasformazione, forse l’annuncio che quella dimensione di bellezza e di stupore è ritornata abitabile, si è riconciliata con l’umano e con la vita.



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