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Autore: Antonio Cossu
Azienda: PROMART - Associazione culturale
Web: http://www.promartrento.net/


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Comunicato Stampa
Creative Commons - Attribuzione-Non commerciale 2.5
SEBBEN CHE SIAMO DONNE... Otto artisti leggono a modo loro il tema del femminile

Pubblicato il 08/09/2011 | da Antonio Cossu


Angela Madesani ha curato questa piccola rassegna nella quale artiste ed artisti si cimentano con la loro creatività su di un tema mai troppo indagato...

SEBBEN CHE SIAMO DONNE…
A CURA DI ANGELA MADESANI


Luogo:
PALAZZO LIBERA
38060 VILLA LAGARINA (Tn)
Info: 0464.414966 - 0464.494200 - tonico52@yahoo.it

Inaugurazione:
sabato 17 settembre 2011, ore 19.00
Intervento di Angela Madesani; saranno presenti tutti gli artisti

Durata/Orari:
fino al 22 ottobre 2011
entrata libera, lunedì chiuso
Ma-Me-Gi-Ve 14.00 - 18.00
Sa-Do 10.00 - 12.30 / 14.00 - 18.00

Catalogo:
Ed. PUBLISTAMPA, collana Arte
saggio critico di Angela Madesani

Partner:
Comune di Villa Lagarina (TN)

Patrocinio:
Regione Trentino/Alto Adige
Provincia Autonoma di Trento

Sponsor:
Target sas (www.target-tn.it)

Ufficio Stampa:
PROMART Trento (tonico52@yahoo.it)

…………

Nell’ambito del progetto pluriennale ARTELibera. Palazzo Libera per l’Arte Contemporanea, curato dalla PROMART – Libera Associazione per la Promozione delle Arti, in collaborazione con il Comune di Villa Lagarina (TN), il prossimo 17 settembre si inaugura negli spazi di Palazzo Libera, la mostra SEBBEN CHE SIAMO DONNE…, curata da Angela Madesani.
La rassegna ospita le opere di otto artisti (Pietro D’Agostino, Katia Dilella, Loredana Galante, Julia Krahn, Angelo Morandini, Silvia Nòferi, Alberta Pellacani e Claus Vittur), impegnati a fornire la loro personale lettura sul tema del femminile.
Come annota la curatrice della mostra: « …Le battute non si contano. Ci tocca ancora sentirci chiamare “angeli del focolare”, ci tocca ogni giorno doverci difendere dallo stalking, che per fortuna da qualche tempo è diventato reato. Ancora molte donne hanno paura di denunciare quelle violenze, quei maltrattamenti, che il più delle volte avvengono tra le pareti domestiche. Insomma ogni giorno, passo dopo passo, il cammino da percorrere è ancora molto. Credo, in tal senso, che anche la ricerca artistica possa costituire un aiuto.
Così è stata operata la scelta dei lavori di otto artisti uomini e donne, che attraverso le opere, realizzate con linguaggi profondamente diversi tra loro, hanno affrontato lo sguardo nei confronti dell’universo femminile. Ne esce un’interessante e variegata panoramica in cui il titolo è la prima strofa di una canzone popolare femminista, che ha segnato quelli che come me hanno vissuto la loro infanzia negli anni Settanta: «Sebben che siamo donne /
paura non abbiamo /
per amor dei nostri figli
/ per amor dei nostri figli.
/ Sebben che siamo donne
/ paura non abbiamo /per amor dei nostri figli /
in lega ci mettiamo».»

La mostra sarà accompagnata da un catalogo (Ed. Publistampa, Collana Arte) in cui sono pubblicate le immagini di tutte le opere esposte e un saggio critico (italiano/inglese) firmato da Angela Madesani.
L’iniziativa, patrocinata dalla Regione Trentino/Alto Adige e dalla Provincia Autonoma di Trento, è sostenuta dalla TARGET sas (www.target-tn.it).

.....

Presentando l’evento SEBBEN CHE SIAMO DONNE…, in calendario dal 17 settembre al 22 ottobre 2011 a Palazzo Libera, Villa Lagarina (TN), la curatrice della mostra, Angela Madesani, così sintetizza il lavoro degli otto artisti partecipanti:

< Gli ambienti domestici sono al centro della ricerca di Katia Dilella, stanze prive di presenze umane, non è il vuoto, ma solo l’assenza. Si presume che in altri momenti sia la vita. La tavolozza dei colori è minima. Come se ci trovassimo di fronte a degli appunti visivi, a una sorta di quotidianità, che tuttavia non è autoreferenziale. Non è autobiografia la sua, piuttosto biografia di molti. L’apparente povertà di fondo è un’assenza di elementi, nessun orpello. A chi guarda è lasciato lo spazio di immaginare, di popolare quei luoghi dove si scandiscono le ore dei diversi vissuti.
Sono rare le presenze umane nei dipinti di Claus Vittur. E quelle poche sono sempre donne. Donne che guardano oltre una soglia per noi solo immaginaria, donne che aspettano. Nella sua pittura è il silenzio. Non ci sono racconti di sorta. Vi è piuttosto il rimando alla storia della pittura, a quella del Novecento italiano, ma anche alle atmosfere del tedesco Friedrich o del danese Hammershøi. Anche qui è l’assenza. L’atmosfera è poetica, evocativa di quanto non è dato sapere. Tra le opere in mostra un teschio, un memento mori del nostro tempo in controtendenza alla ricerca spasmodica di un’eterna quanto vacua giovinezza. Il nostro è un tempo di non accettazione dell’invecchiamento, del passare del tempo e dunque della morte. Qui è come un accento, un suggerimento a bassa voce: ricordati che non sei eterno. Se le sue, come mi è capitato di scrivere, sono
immagini del possibile con questa è l’ineluttabile verità.
Nel video del 2008 di Pietro D’Agostino la riflessione è sull’apparizione e sulla scomparsa dell’immagine. Nessuna implicazione sociale. L’immagine è quella di una donna, una danzatrice (Alessandra Cristiani), che si libra nel bianco puro. Non riusciamo a scorgerne i tratti fisici, quella che vediamo muoversi è una sagoma, una traccia nel vuoto. Come una sorta di sindone fluttuante. La ricerca dell’autore è sul rapporto tra luce e immagine, sul suo farsi e disfarsi, sul suo comporsi nello spazio in un alternanza poetica di presenza e assenza.
In controtendenza con le altre opere in mostra, quella di Silvia Noferi è una vera e propria storia, quella di Angelina e il cane, che dà il titolo al suo lavoro del 2007. Angelina, appunto, è una ragazza che è entrata quasi per caso nella vita di Noferi. L’artista toscana conviveva con Angelina. Il medico di quest’ultima, per alleviare il suo disagio esistenziale, le aveva consigliato di adottare un cucciolo. Silvia Noferi inizia, così, a scattarle delle foto insieme al suo piccolo bulldog inglese. Una sorta di risposta a quanto le stava piombando addosso giorno dopo giorno. Il femminile di una persona disagiata che viene osservata, fotografata, raccontata da un’altra donna che cerca in questo modo di aiutare entrambe.
Le due opere in mostra di Julia Krahn sono intitolate Mutter (2009) e Vater und Tochter (2011), madre e padre e figlia. Sono due opere in cui è presente l’artista stessa. In Vater und Tochter è una pietà , una composizione particolarmente diffusa in epoca rinascimentale, dove Maria tiene sulle ginocchia il corpo del figlio, Gesù, privo di vita, in seguito alla passione e alla deposizione. Non a caso si tratta di un’iconografia di derivazione tedesca, il Vesperbild, una scultura di matrice devozionale tardo-medioevale. Come nei Vesperbild tedeschi anche nel lavoro di Krahn il panneggio della veste è fluente, oserei dire scenografico. La sua è una considerazione nei confronti di una situazione che riguarda molti di noi: la sofferenza per la mancanza del genitore. Talvolta una mancanza reale, a causa della perdita, ma anche mancanza d’amore, quando essi sono presenti. Qui è una riflessione sul ruolo dei genitori nella nostra vita, la loro è una presenza che si trasforma e che andiamo a cercare in altre figure, durante tutto il nostro cammino. Quella di Krahn è una ricerca di matrice esistenziale, in cui è un chiaro riferimento autobiografico.
Anche in Mutter è l’assenza del figlio in braccio a una madre che in realtà è figlia lei stessa. Si tratta di una riflessione sul vuoto di un’intera generazione, di cui Julia Krahn è figlia. Qui il bambino non c’è, ma forse siamo noi che non riusciamo a vederlo e solo la Mutter, vera o presunta, è in grado di farlo.
Il grande paio di collant bianche di Loredana Galante sembra fatto per una sposa, tema sul quale l’artista genovese ha già lavorato. Il titolo è del lavoro è A due generazioni di distanza: toujours la même feuille. La riflessione è ancora una volta sui ruoli: figlie madri, sorelle. Qui è anche una componente autobiografica. Le cose si ripetono spesso, solo apparentemente uguali a loro stesse: «Toujours la même feuille, toujours la même mode de dépliement, et la même limite, toujours des feuilles symétriques à elle même , symétriquement suspendues!», così i versi di Francis Ponge . L’artista stessa afferma: «Se potessimo capire il mistero dietro ad un oggetto o a una parola, forse potremmo comprendere chi siamo e cos'è il mondo».
Quello di Galante è un lavoro sulla memoria personale, che poi si fa collettiva. Il centro anche qui è la famiglia con le sue dinamiche, con i suoi rituali, restituiti in maniera anticonformista e partecipata come nel suo stile di vita e di ricerca.
Nella ricerca di Alberta Pellacani l’interesse nei confronti della dimensione sociale, impegnata, in tal senso il lavoro appena realizzato nella Piazza Grande di Modena, intitolato UUU UnaUnicaUnità, si fonde con un’attenzione squisitamente privata nei confronti della dimensione spirituale. E qui sottolineo spirituale e non religiosa. Così in Salto (1996), in mostra, costituito da una parte video, da una parte fotografica e da una parte scritta. Qui l’artista modenese ha riversato la sua attenzione sulla difficoltà di trovare sicurezze interiori. Un lavoro di quindici anni fa, ma oggi più che mai attuale. Una ricerca vista e analizzata in una prospettiva interamente al femminile, in cui sono colti dei corpi nella purezza della loro nudità, fisica, ma anche interiore. La qualità delle immagini è bassa, ma non poteva essere altrimenti. Il video, infatti, è stato girato di nascosto all’interno di due chiese, davanti alla zona absidale, che si intravvede con la coda dell’occhio. Le protagoniste, vinti timori e tremori, parafrasando Kierkegaard, hanno affrontato il disagio della dissacrazione - per usare le sue stesse parole - a fronte e in nome di una sacralità interiore, più forte di ogni dogma e di ogni credo.>>



Autore della pubblicazione:
Antonio Cossu
Presidente
PROMART - Associazione culturale
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