ECONOMIA e FINANZA

Tassazione delle criptovalute: cosa dice la legge

March 23 2020
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Per gli investitori, la tassazione delle criptovalute possedute è un argomento spinoso. Il quadro normativo è in divenire a causa della verde età di questi asset digitali

Per gli investitori, la tassazione delle criptovalute possedute è un argomento spinoso. Il quadro normativo è in divenire a causa della verde età di questi asset digitali, e persino molti commercialisti hanno dubbi in proposito. In che modo regolarsi, dunque? Fermo restando che se hai un wallet mantenerti costantemente aggiornato è fondamentale, ecco come stanno le cose in questo primo trimestre del 2020 per il cittadino italiano.

Privati: come regolarsi con la tassazione delle criptovalute secondo la normativa vigente
Purtroppo oggi come oggi la tassazione delle criptovalute per i contribuenti italiani è una realtà, ma soltanto a certe condizioni.

La legge in materia infatti sancisce che i tokens sono equiparabili ai redditi finanziari esteri. Di conseguenza vanno innanzitutto inseriti nella dichiarazione dei redditi. Esattamente occorre indicarli nel quadro RW con il codice 14 sotto alla colonna 3.

E per quanto riguarda la concreta tassazione delle criptovalute? Ebbene, per i privati, nel caso si tratti di un investimento di importo modesto, non ci sono imposte da versare.

Ma se la giacenza media del wallet eguaglia o supera i 51.645 € per sette o più giorni lavorativi consecutivi dell’anno, la plusvalenza che ne deriva è soggetta a imposizione fiscale.

Nemmeno in questo caso quindi si verifica la tassazione delle criptovalute in sé, ma del gain che ne deriva. L’aliquota è analoga a quella di altri redditi finanziari esteri, ossia corrisponde al 26%.

L’obbligo di prelievo fiscale però si realizza solamente quando monetizzi. In pratica, quando converti il guadagno in euro.

La situazione si rivela più positiva, invece, sul fronte IVAFE. La sigla indica la tassa relativa al valore degli strumenti finanziari costituiti da depositi su CC o libretti esteri.

In tale ambito la tassazione delle criptovalute non ha luogo perché il Legislatore ha riconosciuto che le monete crittografiche costituiscono una forma d’investimento totalmente separata dai depositi su conto corrente.
Un dettaglio però potrebbe confondere l’investitore che detiene un’esposizione nel settore crypto: i tokens non sono tutti uguali. Al contrario, hanno funzioni non sempre sovrapponibili. Alcuni sono a rischio di classificazione come security perché mostrano analogie con le valute fiat. Un esempio è XRP, l’altcoin che circola interconnessa ai sistemi bancari per agevolare la conversione transfrontaliera di valute fiat. Altre, come il token di Stellar Lumen e lo stesso bitcoin, vengono rappresentati essenzialmente come mezzi di scambio in un ambito ben preciso e lontano –all’apparenza- dalla finanza reale. Di fatto BTC è una riserva di valore che prospera grazie alle finalità speculative dei suoi investitori, ma secondo la SEC al momento non è classificabile come security. Per fortuna.

Questa variegata classificazione però non interessa il Tesoro Italiano. La tassazione delle criptovalute non conosce differenze qualunque sia la moneta digitale posseduta.
E in caso di minusvalenze cosa succede? Diciamo che l’investitore ha la sua piccola consolazione. Può infatti dichiararle e compensare gli importi sulle successive plusvalenze, sottraendo dai guadagni le perdite e pagando le imposte soltanto sull’importo decurtato.

In conclusione, per gli investitori privati la regolamentazione relativa alla tassazione delle criptovalute è analoga a quella del mercato forex.



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