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Vivere la Costituzione - Serie di seminari in onore di Stefano Rodotà in occasione dei 70 anni della Costituzione

March 20 2018
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Le profetiche parole del Prof. Stefano Rodotà

Si stanno svolgendo, presso l’Istituto per gli Studi Filosofici di Napoli, una serie di seminari in onore di Stefano Rodotà, in occasione del settantennale della Costituzione Italiana. I seminari sono iniziati il 12 febbraio scorso con una Conferenza di apertura, per poi proseguire il 13 febbraio e poi il 19 e 20 marzo, infine l’ultimo ciclo si svolgerà il 28 e 29 maggio prossimi alle ore 16, presso l’Istituto per gli Studi Filosofici in Via Monte di Dio, Napoli, con Lorenza Carlassare per parlare di Una Costituzione sociale

Disse Stefano Rodotà nel 1995 in un convegno dedicato alla Costituzione :

Perché è diventato così difficile parlare della Costituzione, del modo in cui nacque, del ruolo da essa effettivamente svolto in quasi mezzo secolo di vita repubblicana? L'improvviso congiungersi della distanza nel tempo, di un congedo dalle sue ragioni d'origine che a taluno sembra definitivo, e della sua richiesta ormai accettata di una sua revisione la rendono forse un oggetto imbarazzante, da consegnare alle cure di specialisti operanti in luoghi discreti, lontani dall'attenzione viva dell'opinione pubblica? Sarà così rimosso dalla discussione politica e istituzionale un riferimento troppo forte, fatalmente destinato ad accendere gli animi o, almeno, a sollecitare riflessioni che lo spirito del tempo sembra voler evitare?

Vi sono molti modi di rispondere a queste domande. Ma sarebbero tutti sbagliati se muovessero da quella rappresentazione estenuata della Costituzione che spesso oggi prevale, e che fa di essa un'ombra, fastidiosa magari, ma pur sempre l'ombra di un passato inesorabilmente trascorso, sì che l'appellarsi a quel testo si tingerebbe fatalmente con i colori della conservazione. La difficoltà vera sta altrove, nell'essere la Costituzione sicuramente un prodotto storico, ma, al tempo stesso, un documento di oggi, un ineludibile riferimento vigente: ben può accadere, allora, che quanti ne enfatizzano le debolezze attuali siano portati a sentirsi rafforzati in questo loro giudizio se, poi, riescono a fondarlo anche su qualche vizio d'origine; e accade pure che la Costituzione, in un impeto estremo di difesa, sia oggetto di operazioni nostalgiche, che neppure esse le rendono giustizia, visto che finiscono con il fondarla esclusivamente nel passato, quasi che oggi non vi sia più terra per le sue radici.

Vi sono almeno due ragioni che hanno determinato questa situazione. La prima riguarda il fatto che la Costituzione del 1948 è stata sempre segnata da una contraddizione. Da una parte, è stata lo strumento che ha accompagnato la lenta nascita della Repubblica e, se pure non è riuscita a far nascere un vero "patriottismo costituzionale", certo ha costituito un forte ammortizzatore delle frizioni tra le politiche, nessuna delle quali, neppure nei periodi più aspri, fu mai tentata dalla denuncia del patto stipulato nell'Assemblea costituente. Al tempo stesso però, quel testo non è mai stato pienamente accettato da tutti. La lunga inattuazione costituzionale è lì a dimostrarlo, tanto che istituti fondamentali, dal CSM alla Corte costituzionale, dalle regioni a statuto ordinario al referendum, vennero realizzati con ritardi grandissimi (e attendiamo ancora la riforma dell'ordinamento giudiziario).

La seconda ragione deve essere ricercata in una vicenda più recente, che ha consegnato la Costituzione e la sua riforma ad una impostazione tutta politologica. Così, da anni, si celebrano i fasti di una ingegneria costituzionale senz'anima, che ha sempre più guardato alla Costituzione come ad una macchina, ignorando del tutto le idee fondative che la percorrono e la sua natura di "programma costituzionale". Non solo, dunque, per ripercorrere correttamente una vicenda storica, ma per cogliere anche il senso delle possibili operazioni di riforma, è indispensabile oggi che si torni proprio su quelle idee fondative e su quel programma.

Le questioni etiche

Stefano Rodotà era uno strenuo difensore della Costituzione e delle libertà repubblicane, per lui il nucleo e l’essenza stessa del paese. Molto attento alla modernità ed alle nuove tecnologie per il prof. Rodotà la rete nasconde pericoli che vanno analizzati bene ma anche opportunità che devono essere assolutamente colte. Con sempre al centro la persona umana. Nel 2015 scrisse un bellissimo articolo per MicroMega : ‘L’uso umano degli esseri umani’ di cui si vuole riportare un brano a proposito del rapporto medico-paziente:

(…) la risposta più radicale, e più profonda, si trova nelle parole conclusive dell’articolo 32 della Costituzione italiana: «La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». Viene così posto al legislatore un limite invalicabile, più incisivo ancora di quello previsto dall’articolo 13 per la libertà personale, che ammette limitazioni sulla base della legge e con provvedimento motivato del giudice. Nell’articolo 32 si va oltre. Quando si giunge al nucleo duro dell’esistenza, alla necessità di rispettare la persona umana in quanto tale, siamo di fronte all’indecidibile. Nessuna volontà esterna, fosse pure quella coralmente espressa da tutti i cittadini o da un parlamento unanime, può prendere il posto di quella dell’interessato.

Siamo di fronte a una sorta di nuova dichiarazione di habeas corpus, a una rinnovata autolimitazione del potere. Viene ribadita, con forza moltiplicata, la promessa della Magna Charta. Il corpo intoccabile diviene presidio di una persona umana alla quale «in nessun caso» si può mancare di rispetto. Il sovrano democratico, un’assemblea costituente, rinnova a tutti i cittadini quella promessa: «Non metteremo la mano su di voi», neppure con lo strumento grazie al quale, in democrazia, si esprime legittimamente la volontà politica della maggioranza, dunque con la legge. Anche il linguaggio esprime la singolarità della situazione, poiché è la sola volta in cui la Costituzione qualifica un diritto come «fondamentale», abbandonando l’abituale riferimento all’inviolabilità.

3. Autodeterminazione della persona e limitazione dei poteri esterni segnano così la via da seguire perché l’umano possa essere rispettato in quanto tale, sottratto alle pulsioni che vogliano cancellarlo. Sono criteri ancor oggi adeguati o hanno bisogno d’essere ulteriormente articolati e approfonditi per poter fronteggiare le nuove sfide continuamente poste dalle dinamiche della tecnoscienza?

Prima di cercare una risposta a questo interrogativo, tuttavia, è bene riflettere sul modo in cui la tecnologia viene oggi nominata, anche per gli oggetti di comune utilizzazione. Si parla, per esempio, di «smartphone». Compare la parola «intelligente». E questo non è un dettaglio, un’indicazione di poco conto, perché si descrive un passaggio – quello da una situazione in cui l’intelligenza era riconosciuta soltanto agli umani a una in cui comincia a presentarsi come attributo anche delle cose, di oggetti di uso quotidiano. Entriamo così nella dimensione dell’intelligenza artificiale, della progressiva costruzione di sistemi in grado di imparare, e così dotati di forme di intelligenza propria. Una prospettiva che inquieta alcuni tra i protagonisti del mondo della scienza e della tecnologia – da Stephen Hawkins a Bill Gates, da Elon Musk a Jaan Tallin – che esasperano i rischi di un’evoluzione che porterebbe a creare sistemi dotati di un’intelligenza che li metterebbe in condizione non solo di creare nuove simbiosi tra uomo e macchina, ma di sopraffare e sottomettere l’intelligenza umana. Si è giunti a dire che si sta «evocando un demone», che ci si avvicina pericolosamente a quella che sarebbe «l’ultima invenzione dell’uomo», dunque a un rischio ben maggiore di quello determinato dalla bomba atomica.



Quattrocento scienziati hanno discusso questa prospettiva. In un documento non catastrofista, si mette in evidenza la crescente apparizione di sistemi autonomi, veicoli autonomi, forme autonome di produzione, armi letali autonome. Ma autonomia rispetto a che cosa? Il criterio di comparazione è chiaro: rispetto a una situazione nella quale le decisioni sono affidate alla consapevolezza e alla indipendenza delle persone, e quindi alla loro responsabilità. Ora, invece, l’autonomia sembra abbandonare l’umano e divenire carattere delle cose, ponendo problemi concreti di responsabilità civile (chi risponderà dei danni provocati da un’auto senza conducente?), privacy (quali garanzie di fronte a una continua e capillare raccolta delle informazioni personali sempre più facilitata, ad esempio, dall’impiego di droni?), futuro del lavoro (sono annunciate fabbriche interamente robotizzate), legittimità dell’uso di sistemi di armi letali (prevedere almeno una moratoria per quanto riguarda il loro impiego, considerando anche l’eventualità di un loro divieto, come già si è fatto per le armi chimiche o batteriologiche?).

In questo modo di affrontare le molteplici questioni poste dalle ricerche e dalle concrete innovazioni legate dall’intelligenza artificiale si coglie un bisogno di innovazione che investe direttamente la dimensione della regola giuridica. Se il tempo a venire è descritto come quello della «nostra invenzione finale: l’intelligenza artificiale e la fine dell’età umana», quale spazio rimarrebbe per quell’attività propriamente umana che consiste nell’agire libero e nel dare regole all’agire? Scompariranno i diritti «umani», e con essi i princìpi di dignità ed eguaglianza, o verranno estesi ad altre specie viventi e anche al mondo delle cose?

E ancora (…)

Oggi si discute molto di realtà «aumentata», considerando il modo in cui l’elettronica trasforma l’ambiente in cui viviamo, e noi stessi. Ma Bacon, a ben guardare, ci parlava già di un uomo «aumentato», e questa è la terminologia alla quale ricorrono i tecnologi. Si entra così nel campo dello «human enhancement», di un potenziamento della condizione umana grazie all’eliminazione di vincoli naturali e culturali resa possibile dalla scienza, con un’estensione delle opportunità di vita.

Un uomo aumentato, o spossessato di quei tratti dai quali riteniamo che l’umanità non possa essere separata? Se spostiamo lo sguardo dalle premonizioni del passato alle ipotesi di oggi, ci imbattiamo in anticipazioni profetiche e promesse allettanti. Verrà un giorno, dicono i più radicali tra i transumanisti, in cui l’uomo non sarà più un mammifero, si libererà del corpo, sarà tutt’uno con il computer, dal suo cervello potranno essere estratte informazioni poi replicate appunto in un computer, e potrà accedere all’immortalità cognitiva e l’intelligenza artificiale viene presentata come quella che ci libererà dalle malattie e dalla povertà, dandoci una pienezza dell’umano, liberato dalle sue miserie. Ma questo «meglio dell’umano» può esigere un prezzo elevato, l’abbandono di consapevolezza e indipendenza delle persone, facendo assumere al postumano le sembianze di un’ideologia della tecnoscienza.



5. Ma già viviamo l’eclisse dell’autonomia della persona nel tempo del capitalismo «automatico». Grazie a un’ininterrotta raccolta di informazioni sulle persone, la costruzione dell’identità è sempre più affidata ad algoritmi, sottratta alla decisione e alla consapevolezza individuale. Possiamo dire che stiamo passando da Cartesio a Google. Non si può parlare dell’identità con le parole «io sono quello che io dico di essere», bensì sottolineando che «tu sei quel che Google dice che tu sei». Partendo da questa constatazione, la persona viene conosciuta e classificata, la sua identità è affidata ad algoritmi e tecniche probabilistiche, si instaura una sorta di determinismo statistico per quanto riguarda le sue future decisioni, sì che la persona, declinata al futuro, rischia d’essere costruita e valutata per sue possibili propensioni e non per le sue azioni. Così, la separazione tra identità e intenzionalità, oltre a una «cattura» dell’identità da parte di altri, conferma una tendenza verso un progressivo allontanarsi dall’identità come frutto dell’autonomia della persona. Diventiamo sempre più «profili», merce pregiata per un mercato avido di informazioni, e sempre meno persone. Si appanna, fino a scomparire, la forza dell’umano nella costruzione del sé, ed è faticosa la ricerca di vie per reinventare l’identità nel tempo della tecnoscienza.



Sono continui gli scambi tra l’umano, il postumano e un mondo delle cose che manifesta una crescente autonomia. Non è senza significato il passaggio dall’internet 2.0, quello delle reti sociali, all’internet 3.0, l’internet delle cose. E il mondo delle cose è trasformato dalla presenza variegata dei robot, sempre meno riferibili alla sola dimensione fisica. Compaiono robot virtuali, appunto gli algoritmi che consentono il funzionamento dei computer che governano determinate attività, e robot sociali, che sarebbero poi quelli ai quali deve essere già riconosciuta «una piccola umanità». Piccola come unica possibilità o primo passo verso un’integrale «umanità» della macchina?

Per terminare (…)

Una nuova forma sociale si sta manifestando e, com’è già avvenuto in passato, i suoi effetti vengono subito misurati sul rapporto tra condizione postumana e destino del lavoro. Una società liberata dal lavoro o insidiata da più profonde servitù? Esclusioni crescenti o un «fully automated luxury communism»? Queste domande rinviano a un interrogativo più radicale, che si manifesta sempre più esplicitamente nelle discussioni: queste trasformazioni avvengano all’insegna del profitto o dell’interesse della persona? Per affrontare questo problema, il riferimento non può essere cercato nell’intelligenza artificiale, ma in quella collettiva, dunque nella politica e nelle decisioni che questa è chiamata ad assumere. Il vero rischio, infatti, non è quello di una politica espropriata dalla tecnoscienza. È il suo abbandonarsi a una deriva che la deresponsabilizza, induce a concludere che davvero malattia e povertà siano affari ormai delegabili alla tecnica e non problemi da governare con la consapevolezza civile e politica.

Questa politica non può essere senza princìpi. Lo dimostra, ad esempio, la questione dello human enhancement, del potenziamento dell’umano. Tema tutt’altro che astratto, perché il corpo si presenta non solo come oggetto connesso, ma come destinatario di interventi sempre più invasivi. Un’invasività, peraltro, che non evoca soltanto rischi, ma descrive recuperi di funzioni perdute, accesso a opportunità nuove, arricchimento dei legami sociali.



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