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Certificazione ambientale come cerniera tra diversi linguaggi disciplinari

ISO 14001 EMAS II, di cosa desideriamo essere certi? Una tesi di Dottorato, a cura di Riccardo Cecatiello, analizza le potenzialità e delinea alcune prospettive disciplianari.

15/05/08 - La tesi di Dottorato mi ha posto di fronte ad un campo attualmente non coperto dalla ricerca di Ateneo. Volendo occuparmi di certificazioni ambientali dal punto di vista dei processi di pianificazione, ho trovato che queste non sono un tema proprio della ricerca urbanistica in Italia, mentre la loro progressiva diffusione e integrazione con strumenti ordinari di pianificazione attribuisce a queste nuove pratiche, un importante ruolo di “cucitura” tra differenti linguaggi disciplinari.
La matrice aziendale di tali strumentazioni, nate in origine sulla spinta dei Sistemi Qualità, costituisce una sfida e al tempo stesso una frontiera per la ricerca disciplinare. La ricerca è stata quindi una occasione per confrontarmi con altre discipline e con altri istituti di ricerca, in primis, l’ENEA, nella persona di Lucia Naviglio, coordinatrice del progetto QualityPark. L’ENEA in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente ha avviato pochi anni fa due progetti pilota relativo all’applicazione degli strumenti di eco-certificazione agli EE. LL. ed ai Parchi. Per questo, tra gli interlocutori della ricerca ho individuato sia gli Enti di Certificazione, sia l’UNI, che le società di ingegneria incaricate della predisposizione degli studi ambientali.
Da alcune tradizioni disciplinari esterne alla urbanistica, emergono ora nuove figure di specialisti che tendono a ridefinire la loro identità e autonomia nell’ambito della ricerca e delle pratiche territoriali: i sedicenti promotori dello sviluppo locale offrono agli Enti Locali un pacchetto di strumenti di controllo e gestione del territorio che non si esaurisce negli strumenti tradizionali di piano, ma si pone all’intersezione tra diversi tipi di strumenti volontari. Sono in verità prospettive diverse, come le tradizioni alle quali appartengono, e con cenni di incompatibilità, anche se sono spesso ambiguamente confuse.
Dalle esperienze fatte seguendo direttamente i processi di certificazione, sarebbe assai riduttivo fare sì che le certificazioni ambientali seguano lo schema di una valutazione di impatto, in quanto le finalità cui sono rivolti i due strumenti differiscono notevolmente. Lo sguardo della ricerca è stato orientato al territorio, e al modo in cui differenti strumenti possono in sinergia accompagnare lo sviluppo sostenibile, riflettendo quindi sul senso di tali pratiche, spesso delegate a specialisti e società di consulenza che trasferiscono un approccio burocratico - amministrativo fedele più alla impostazione dei sistemi di sicurezza e qualità (ISO 9000) che alle opportunità di sviluppo e di miglioramento continuo.
Oltre alle, pur necessarie, norme cogenti, a livello nazionale o comunitario hanno avuto un grande impulso gli strumenti volontari che perseguono gli obiettivi di sostenibilità, cioè quelli, che puntano sulla consapevolezza e sensibilità dei singoli operatori. Alcuni strumenti sono di tipo strategico, come Agenda 21 locale, la Carta Europea del Turismo Sostenibile, i sistemi di Gestione Forestale Sostenibile (es. gli standard del Forest Stewardship Council o il Pan European Forest Certification) o l’Integrated Coastal Zone Management dell’Agenzia Europea per l’Ambiente, Contabilità ambientale; altri sono di tipo operativo, come l’ISO 14001 o il regolamento comunitario EMAS per il sistema di gestione ambientale.
Sostanzialmente l’elaborazione della tesi ha sottinteso alcune quesiti aperti quali: Vi è una mediazione interpretativa nell’applicazione ad un Ente locale di strumenti nati per le imprese? Vi è una analisi comparata, un tentativo di revisione dei linguaggi spesso occasionali secondo qualche principio o regola? In definitiva sembra che l’ambiente sia assunto ancora come parametro invece di costituire il nucleo di una concezione diversa del territorio, il localismo ha una concezione più radicale del rapporto tra ambiente e pianificazione.

Il rapporto con la tradizione disciplinare
Dopo quasi un decennio trascorso nella riflessione sui futuri della nostra società in termini di imprescindibilità della tutela dell’ambiente, di salvaguardia delle risorse, di sviluppo compatibile con la riproducibilità delle risorse, diventa inevitabile oggi chiedersi se l’urbanistica e la pianificazione territoriale abbiano registrato questa urgenza di miglioramento e se queste discipline si siano attrezzate per costruire nuovi assetti del territorio e delineare norme in grado di controllare e guidare le trasformazioni in chiave sostenibile. Questo costituisce un punto critico per la ricerca che ha di fatto delegato alle discipline a più consolidato statuto scientifico la gestione di processi che hanno a che fare con la trasformazione del territorio, nel suo complesso che però finiscono per trattare l’ambiente come la mera sommatoria di comparti. Invece, tutti gli strumenti volontari che accrescono la sensibilizzazione e quindi la partecipazione di più soggetti alle scelte e alla gestione corretta dell’ambiente, sono utili al raggiungimento degli obiettivi della sostenibilità e dello sviluppo. Per il suo carattere fondamentalmente transdisciplinare l’urbanistica molto spesso riutilizza strumenti propri di altri specialisti, diversi nel tempo a seconda della centralità delle tematiche che fa proprie: la sua identità si gioca dunque nella capacità di dominare queste singole componenti, di portarle a sistema conferendo loro un senso. I punti di vista specifici maturati all’interno delle diverse scuole vengono a confrontarsi criticamente nei processi di certificazione ambientale, e ciò potrebbe contribuire all’avanzamento della ricerca urbanistica e territoriale in Italia.
Considerato che la certificazione implica l’attuazione di un processo strategico, e soprattutto la gestione del miglioramento continuo, chi si occupa di pianificazione deve porsi in questa ottica che fa prevalere l’aspetto processuale. Il carattere processuale deriva dalla strutturazione per processi delle attività che insistono su un territorio, dalla ricostruzione delle relazioni che intercorrono tra i vari soggetti in un contesto ove la responsabilità è condivisa da più organizzazioni, quale è quello in cui opera un Ente Locale. La costruzione di un sistema ambientale prima, e l’implementazione di una politica ambientale si avvale di una strutturazione per programmi, per piccoli passi, verso l’obiettivo comune del miglioramento continuo.
Nei casi esaminati si è registrata una sostanziale “delega” delle questioni di costruzione di politiche ambientali a scala territoriale, nonostante la compresenza di Agenda 21 locale e certificazione/registrazione ambientale sono solo due dei tanti strumenti messi a punto ed evolutisi, a partire dal 1992, per fornire indirizzi e metodologie che aiutassero enti pubblici e aziende private a collaborare nel perseguimento di uno sviluppo economico compatibile con il mantenimento della qualità delle risorse naturali.
Deboli e spesso insignificanti sono i riferimenti alle esperienze urbanistiche, che pur hanno dovuto sempre affrontare i temi della valutazione: come questioni di etica disciplinare (i valori, le responsabilità, la ragion pratica degli urbanisti); come questioni di giudizio, perché, in senso opportunamente inteso, l’urbanista non può evitare la classica parte di “medico” o “giudice” nel momento in cui deve esprimere una intenzionalità sul corso possibile dei processi territoriali; ed infine, ma solo in ultima istanza, come problemi di misura, degli effetti attesi e degli esiti conseguenti.
Probabilmente la quantità di strumenti a disposizione è eccessiva e può causare confusione, ma la loro numerosità e le diverse sfaccettature possono rivelarsi molto positive se nella loro applicazione e nella scelta su quale usare per primo, non ci si ferma agli aspetti formali, ma si va alla “sostanza” del problema, e cercando di salvaguardare i principi ispiratori di ognuno. Bisogna captare “il perché” sono nati e sono stati sviluppati e non dimenticarsi mai che si tratta di strumenti che devono aiutare i privati o gli enti pubblici a fare quel “qualcosa in più” rispetto al semplice rispetto delle leggi, che sono volontari e che possono essere potentissimi per diffondere e sviluppare azioni e comportamenti veramente in sintonia con lo sviluppo sostenibile. Allora ci si potrà accorgere come, in realtà, tutti gli strumenti siano sinergici tra loro, abbiano dei presupposti in comune e siano sempre più spinti verso una dimensione sociale.
A questo punto può essere utile approfondire alcune questioni: si parla di miglioramento della qualità ambientale, ma di quale ambiente stiamo parlando? Quale è il ruolo degli enti pubblici e cosa cambia nell’applicazione degli strumenti di sostenibilità rispetto al mondo aziendale? Abbiamo già detto che la molla che ha stimolato l’elaborazione di una serie di strumenti volontari per la sostenibilità è il miglioramento della qualità ambientale. Il termine “ambiente” può essere osservato da diversi punti di vista. Sicuramente tutti perseguono il miglioramento della qualità delle risorse naturali, aria, acqua, suolo, ecosistemi, habitat ecc. e, quindi, il miglioramento dell’ambiente di vita dell’uomo. Si tratta di una condizione indispensabile, ma non sufficiente, per raggiungere il miglioramento della qualità della vita in senso lato, che comprende anche l’ambiente sociale ed economico. E per quanto riguarda la qualità delle risorse è necessario puntualizzare che l’ambiente può essere inteso come “ambiente globale”, ad esempio rispetto al problema delle emissioni in atmosfera e conseguenti cambiamenti climatici ovvero rispetto al problema del consumo energetico, ma che esiste un “ambiente locale” con cui interagiscono le aziende o che sono oggetto di gestione da parte degli EE. LL., la cui qualità condiziona in maniera più immediata e diretta la qualità della vita dell’uomo e i suoi rapporti con le risorse naturali che lo circondano. L’ambiente locale è particolarmente importante per gli enti pubblici, in particolare per gli EE. LL., il cui ruolo non è solo quello di erogare servizi di qualità ai cittadini, ma anche, e soprattutto, quello di gestire il territorio e disciplinarne l’uso attraverso piani e regolamenti. Le certificazioni offrono grazie alla stesura di una politica ambientale, una reale possibilità di incidere sui processi decisionali, ma questo richiede mediazione e sintesi, che sono operazioni niente affatto neutre, che dovrebbero richiedere una riflessione nessi possibili tra analisi ambientale e forme emergenti dell’urbanistica.
Ecco, quindi, che per un Ente Locale la sua “dimensione territoriale” diventa essenziale e, nel perseguire il miglioramento della qualità ambientale, deve occuparsi, oltre che del contesto sociale ed economico, anche della qualità dell’ambiente locale, inteso come qualità del paesaggio, dei corsi d’acqua, dei laghi, dei prati, dei boschi, delle aree agricole, del corridoi ecologici ecc. L’Ente Locale, d’altronde, non può dimenticarsi che, oltre a rispettare le leggi che regolano lo smaltimento dei rifiuti o il ciclo idrico integrato, deve rispettare convenzioni internazionali per la tutela della flora e della fauna sottoscritte dall’Italia o direttive, come la Direttiva habitat (92/43/CEE), che richiede una pianificazione particolare nei siti di importanza comunitaria o valutazioni di incidenza per qualsiasi tipo di intervento antropico che interessi gli habitat considerati di interesse europeo.
Nell’applicazione degli strumenti di sostenibilità agli EE. LL., quindi, si deve salvaguardare il loro ruolo istituzionale e valorizzare la connotazione sociale del loro operato, la dimensione locale dell’ambiente da salvaguardare e l’esigenza di definire strategie di uso del territorio condivise con tutte le parti sociali. Gli Organi elettivi degli EE. LL., come Comuni e Province, sebbene siano espressione della volontà di una maggioranza, non sono più considerati i depositari delle scelte che incidono sul futuro dei cittadini. I cittadini vogliono partecipare, condividere, dire la loro anche in termini di scelte strategiche e l’esperienza insegna che sono più disposti a collaborare con l’istituzione che li rappresenta se sono messi in moto meccanismi che permettono di partecipare attivamente al perseguimento di obiettivi condivisi.
Se poi l’ente pubblico è una istituzione come un ente parco, responsabile della gestione di un’area protetta, l’aspetto della condivisione diventa ancora più rilevante. La rappresentatività della collettività locale nell’organismo gestionale dell’area protetta, infatti, esiste, e spesso è molto vasta, ma non si otterrà facilmente il miglioramento della qualità dell’ambiente oggetto di tutela se non vi sarà uno sforzo da parte di tutti coloro che lavorano e vivono nel parco per raggiungere un obiettivo comune. Con l’imposizione si possono prevenire o impedire gravi danni, ma certo non si innescano i circuiti virtuosi verso un miglioramento ambientale sempre crescente.
Come possono pratiche tradizionalmente non proprie della disciplina fecondare fertilmente quest’ultima e presentarsi ad un confronto costruttivo? C’è un vantaggio a ricorrere agli strumenti volontari per la sostenibilità? Cosa è meglio usare, Agenda 21 locale o EMAS? E’ vero che, se andiamo al sodo, tutto quanto è previsto dall’Agenda 21 locale o dal sistema di gestione ambientale non è altro che “buon senso”. Ma il buon senso può essere perseguito da ognuno in maniera diversa, e allora possiamo avere applicazioni e risultati molto differenti a seconda della sensibilità e della cultura o capacità del responsabile della gestione. Il riferirsi a strumenti riconosciuti a livello internazionale, chiari, definiti e soggetti a verifica da parte di soggetti terzi indipendenti, invece, attribuisce all’operato dell’ente pubblico una carica di trasparenza, affidabilità e omogeneità che, oltre a fornire efficienza ed efficacia alla gestione, ottiene maggiore credibilità.
Queste posizioni sono viziate da alcune incomprensioni e semplificazioni, che rischiano, a mio avviso, di renderle poco interessanti o addirittura dannose. L’approccio rintracciabile nelle Analisi Ambientali è ancora fortemente orientato al tipo problem solving, in grado di indicare le risposte significativamente corrette ai problemi politici posti, ma manca ancora quella componente interattiva in grado di aiutare una società pluralista a formare decisioni pubbliche secondo requisiti socialmente accettabili, che è invece contenuto nelle indicazioni dell’Unione Europea in materia di governo del territorio. In conclusione, la certificazione può costituire una utile “cerniera” tra diversi linguaggi disciplinari.

Riferimenti bibliografici
Bianchi, Giuseppe, Sviluppi di EMAS in Italia e nella UE, in Ambiente e Sviluppo n° 4 luglio-agosto, pp. 36-39
Faludi, A., 2000, Decisione e pianificazione ambientale, Dedalo, Bari
Maciocco, G., 2000, Dimensione ecologica e sviluppo locale: problemi di valutazione, Franco Angeli, Milano
MacLaren, V.W., 1996, Developing indicators of urban sustainability, a focus on Canada experience, ICURR Press, Toronto
Naviglio Lucia, 2001, L’applicazione dei Sistemi di Gestione Ambientale nelle aree naturali protette, Unificazione & certificazione, n°3 2001

TESTO PUBBLICATO DA
Riccardo Cecatiello
di SoLv0

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