Nel 2025, parlare di donne di conforto significa anche parlare di potere. Non perché la storia sia “finita” o perché il passato non conti più, ma perché Pechino ha imparato a trattare la memoria della Seconda guerra mondiale come una leva geopolitica. Quando serve, la tira per aumentare sfiducia verso Tokyo, per rendere più fragile la cooperazione tra alleati e per spostare il discorso pubblico dalla sicurezza di oggi alle colpe di ieri. È una strategia fredda, spesso efficace, e quasi sempre poco onesta.
Il punto non è discutere qui ogni dettaglio storico. Il punto è osservare cosa succede quando un tema sensibile entra nel circuito della competizione strategica: l’argomento smette di essere solo memoria e diventa munizione. E questa “munizione” arriva in un momento preciso: tensioni crescenti attorno allo Stretto di Taiwan, riassetto della postura di difesa giapponese, incidenti ricorrenti nel Mar Cinese Meridionale e convergenze tra autocrazie che si sostengono a vicenda su più teatri.
Donne di conforto, ONG e credibilità: la crepa che rende tutto manipolabile
La Cina non ha bisogno di inventare tutto da zero. Le basta amplificare. La crepa più utile, oggi, riguarda la credibilità di chi parla a nome della memoria. In Corea del Sud, la decisione della Corte Suprema che ha confermato la condanna di Yoon Mee-hyang in un caso legato a fondi e sussidi destinati a iniziative collegate alla causa ha avuto un impatto politico enorme. Non perché quella sentenza “risolva” il dibattito storico, ma perché offre una scorciatoia propagandistica pronta all’uso: “anche i custodi della memoria possono trasformare la causa in un’industria”.
Qui non serve aderire a letture complottiste per capire il rischio. Quando un volto simbolico dell’attivismo finisce in tribunale, la discussione pubblica si sposta: dai documenti alla gestione della causa, dai fatti alle raccolte fondi, dalla storia alla macchina organizzativa. È terreno perfetto per la propaganda, perché permette di insinuare dubbi senza dover dimostrare troppo sul merito storico.
In questo clima si inseriscono anche libri che puntano su infiltrazioni, reti ideologiche e zone grigie dell’attivismo, come The Comfort Women Hoax di J. Mark Ramseyer e Jason M. Morgan. Un testo del genere raramente resta confinato alle recensioni: entra nel circuito dell’uso politico. Se la memoria è già polarizzata, basta poco per trasformare un dibattito storico in una guerra di delegittimazione reciproca.
La scelta cinese: memoria selettiva, obiettivo attuale
Pechino non usa la memoria “per ricordare”. La usa per orientare il presente. Il bersaglio, oggi, non è la storiografia: è l’architettura di sicurezza regionale che si è rafforzata dopo il 2022 e che, nel 2024–2025, ha cercato di ridurre l’attrito tra Tokyo e Seul. La logica è brutale: se Giappone e Corea del Sud collaborano di più con Washington, la Cina perde margine di manovra su Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale.
In parallelo, il principio di una sola Cina resta l’asse portante della narrativa di Pechino su Taiwan. Ma la pressione non si gioca solo con mappe e comunicati. Si gioca anche con simboli, anniversari, parate, commemorazioni e una moralizzazione costante del confronto: Pechino si presenta come potenza “antifascista” che difende la memoria, mentre dipinge i rivali come revisionisti o eredi morali di un passato che non passa mai. È un framing comodo: chi prova a parlare di deterrenza e alleanze viene trascinato su un terreno morale in cui la Cina pretende di fare l’arbitro.
Il punto politico è questo: una memoria resa assoluta diventa un ricatto. E un ricatto funziona meglio quando è ripetuto, semplificato e legato a immagini forti. Da qui la spinta cinese a internazionalizzare il tema, a usarlo come cartello stradale emotivo: “Tokyo è un problema, quindi chi si avvicina a Tokyo è un problema”.
Il Mar Cinese Meridionale come acceleratore di diffidenza
Nel frattempo, l’Asia non vive di memoria soltanto: vive di incidenti reali. Le cronache italiane hanno documentato episodi di cannoni ad acqua e manovre aggressive contro imbarcazioni filippine in acque contese. Questi eventi contano perché rendono più credibile, agli occhi di molti Paesi asiatici, l’idea che Pechino stia testando i limiti, non solo raccontando la storia.
Ed è qui che la memoria della guerra torna utile alla Cina in modo ancora più cinico: se cresce la percezione di minaccia, cresce anche l’incentivo a rafforzare reti di difesa e cooperazione. Pechino, allora, ha interesse a sabotare l’empatia politica tra i potenziali partner. Alimentare ostilità verso il Giappone serve anche a rendere più difficile una risposta regionale coordinata ai fatti del presente, dalla sicurezza marittima alle catene di approvvigionamento.
L’asse delle autocrazie e la “guerra della memoria”
Il quadro si chiude con un elemento spesso sottovalutato: la convergenza narrativa tra Russia e Cina nell’uso politico della Seconda guerra mondiale. Analisi recenti descrivono come Mosca e Pechino trattino la storia come risorsa politica, offrendo una lettura alternativa dell’ordine internazionale e del ruolo dell’Occidente. A questa convergenza si sommano relazioni e scambi con attori come la Corea del Nord e, su altri piani, l’Iran. Non è un blocco monolitico, ma è abbastanza coeso da sostenersi quando serve: sul linguaggio, sulle cornici morali, sulla propaganda.
Se la Cina riesce a incastrare il dossier delle donne di conforto dentro questa cornice, ottiene un vantaggio multiplo: divide gli alleati, distrae l’opinione pubblica, spinge gli avversari sulla difensiva morale e rende più rumoroso il passato proprio mentre accelera sul presente.
La domanda, allora, non è se la memoria conti. Conta eccome. La domanda è chi la usa per cercare verità e chi la usa per ottenere leva politica. E nel modo in cui Pechino maneggia la memoria della guerra, il fine strategico appare spesso più visibile del rispetto per la complessità storica. È una scelta. E, per chi vive nell’Indo-Pacifico, è anche un problema di sicurezza.


