ARTE E CULTURA

A Roma pièce cinema-drammaterapica a favore dell'istruzione dei bambini in Brasile

November 28 2011
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Il Creative Drama & In-Out Theatre performa il 2 dicembre a Nuovo Cinema Aquila con un lavoro teatrale in una serata a beneficio del "projecto jovem" (Brasile). Intervista al regista E. Gioacchini

Come nasce l’idea di uno spettacolo teatrale a favore della condizioni svantaggiate dei bambini delle favelas?

Come director di questa Compagnia e con il supporto dell'Atelier LiberaMente, sono molto contento di destinare la filosofia e l'impegno del nostro lavoro artistico ad una iniziativa così importante e concreta: aiutare l'infanzia di una favela brasiliana ad avere istruzione. E dobbiamo un ringraziamento all'Associazione Il Sorriso dei Miei Bimbi ed al Nuovo Cinema Aquila, che da molto tempo oramai sponsorizzano con un aiuto tangibile le campagne destinate ad aiutare l'emarginazione, lo sfruttamento, la povertà vera. La cultura e l’istruzione sono fondamentali, questa è una nozione certamente non solo moderna. Esse comportano lo sviluppo di quella libertà che è possibile per l'individuo solo a patto di non vivere nell'umiliazione di avere negato il potere della conoscenza, quello che permette di scegliere tra il fare giusto e sbagliato. Non deve esistere casta per il sapere e, per noi che approfondiamo il discorso del teatro, come opzione ludica per lo sviluppo delle nostre risorse, è fondamentalmente etico rivolgere il pensiero ed il nostro supporto a chi l'istruzione basilare per difendersi e crescere non può avere. Pericolosa pregiudiziale, quindi, alle possibilità del destino. La nostra piece affronta la tematica della povertà degli affetti, in una cornice tutta occidentale, ma siamo convinti che non esistano latitudini per il disagio.

Crede che iniziative di questo genere possa realmente influenzare il pensiero e toccare la sensibilità delle persone per fenomeni così lontani da noi?

Nella drammaturgia che rappresenteremo, ho sottolineato a quattro mani con F. Pitorri quanto non esista luogo elettivo per il dolore, per la povertà affettiva, come non ne esiste uno particolare per l'amore e la crescita. Nello stesso tempo, la responsabilità di quanto avviene nel micro e macrocosmo delle nostre relazioni familiari, sociali, politiche ed economiche non può essere più sottovalutata. Compete ad ognuno dare il proprio contributo in quella che definisco "fabrica" del vivere sociale. L'individualismo esasperato non può più proteggere nell'anonimato dell'interesse del solo singolo, senza che prima o poi vi sia un ricasco anche nel collettivo. Dare le responsabilità alla "globalizzazione"di quanto avviene nelle aree più bisognose del pianeta, ma oggi anche in quelle fino a poco tempo fa considerate meno a rischio di povertà, significa in parte deresponsabilizzare l'azione del singolo, sottrargli il potere dell'associazionismo per la difesa del proprio pensiero e dei propri diritti. E le recenti spontanee convention di gruppi di "indignados" nei luoghi del "potere", della "decisione", delle "regole" sta a significare poprio questo: la riconsiderazione di una democrazia veramente autentica. Questa deve poter albergare nello spazio privato e nello spazio pubblico, nel discorso sociale e nella sua prassi politica.
Potrebbe sembrare di essersi spinti lontani dal soggetto e dalla piece in oggetto con queste considerazioni, ma basterebbe pensare a come indigenza, carenza affettiva e difficoltà determinano i destini degli uomini, per comprendere che anche Sonia ha diritto a ricercare e comprendere il "Resto della Sua Vita".

Dunque il teatro ed in questo caso la drammaterapia debbono sempre più esplorare le tematiche che attraversano l’individuo e la collettività per trattare argomenti universali ed insieme così reali ed indifferibili.

Certamente, è questa in fondo la funzione di ogni teatro, rappresentazione ed insieme discussione sui valori e le realtà dell’uomo. Mentre stavamo lavorando "Sonia, Il Resto della Mia Vita", ricordavo spesso ai miei attori e collaboratori, nel linguaggio che usava Grotowsky, che se siamo un po’ cortigiani nel desiderio performativo, pure legittimo, dobbiamo cercare di “santificare” il nostro lavoro, per esaltare scale di valori e desideri collettivi condivisibili. Il personaggio principale di questa pièce che usa teatro e cinema per scandagliare i sentimenti e le speranze è Sonia, una giovane donna, ma intorno a lei si muovono altri uomini e donne con le loro storie, in un intreccio di influenze e scelte che solo apparentemente sono immodificabili. Nella drammaterapia che intende sollecitare le risorse è proprio questo che fa lavorare il processo drammaterapico: un suggerimento discreto all’attore perché dia un’anima autentica ai gesti e alla parola, mentre la vita viene rappresentata nell’invenzione teatrale.



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Flavia Pitorri
Resp. Ufficio Stampa - Dr. Ermanno Gioacchini
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