SALUTE e MEDICINA

Da Padova un nuovo modo di guardare alla malattia di Alzheimer

February 19 2019
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Guardare all’Alzheimer con occhi diversi, sgretolando lo stigma che circonda questa patologia. Perché esiste una vita anche dopo la diagnosi, una vita in cui le emozioni e il “sentire” travalicano la razionalità restituendo dignità e speranza ai malati di demenza e alle loro famiglie.

Se ne è parlato questa mattina a Padova nel corso del convegno “Alzheimer: la vita non finisce con la diagnosi”, organizzato dall’Esecutivo delle Associazioni di volontariato del Comune di Padova (Area Socio Sanitaria) in collaborazione con Health Marketing, Associazione Alzheimer “Non dimenticare chi dimentica”, Progetto “Sente-Mente”, Banca BPM e con il patrocinio di Rete Città Sane, Ulss 6 Euganea, Ordine dei Medici di Padova e Ordine degli Assistenti Sociali del Veneto.

Gremita la Sala Rossini del Caffè Pedrocchi, a testimonianza del grande interesse per una tematica che oggi tocca la vita di moltissime famiglie. Gli ultimi dati ISTAT relativi al 2017 parlano, infatti, di 600 mila casi noti della malattia nel nostro Paese, ma il numero è destinato a crescere fino a 2 milioni e 200 mila nel 2020. Un’emergenza sanitaria con delicati risvolti sociali ed umani, come hanno avuto modo di evidenziare i relatori del convegno.

Ad aprire i lavori, moderati da Leo Ercolin, Portavoce dell’Esecutivo Associazioni area Sociale e Socio Sanitaria del Comune di Padova, e dalla Professoressa Beatrice Benelli dell’Università di Padova, il saluto di Silvia Giralucci, Consigliere Comunale di Padova con delega alla Rete Città Sane: “Il Progetto Cittò Sane affronta tematiche legate al benessere e alla salute che sono di interesse per tutti i cittadini e ritengo che l’Alzheimer oggi debba necessariamente essere al centro del dibattito. Non si tratta solo di un problema sanitario, quando ad una persona viene diagnosticata una demenza la sua vita e quella della sua famiglia cambiano per sempre. Per questo è necessario un nuovo approccio personale e culturale a questa malattia”.

Così Michela Fernarda Rigon, Medico Geriatra e Direttore Sanitario della Fondazione Opera Immacolata Concezione: “Ricevere la diagnosi di demenza è sempre un evento tragico e doloroso per i malati e per loro famiglie. E purtroppo insieme alla diagnosi non viene fornito un libretto di istruzioni: spetta a noi professionisti della salute il compito di aiutare le famiglie dando loro tutte le indicazioni e il supporto necessario per gestire al meglio la persona malata di Alzheimer, soprattutto in termini di prevenzione secondaria”.

L’intervento dii Daniela Toderini, Medico di famiglia: “Nella maggior parte dei casi il Medico di famiglia è il primo a venire a conoscenza della malattia, per questo è nostro dovere rapportarci in maniera corretta con il paziente e i suoi familiari, senza spaventarli, ma accogliendoli e rassicurandoli, oltre che fornendo una diagnosi corretta. In assenza di una terapia farmacologica risolutiva, è fondamentale che il malato non venga isolato, ma mantenga la propria rete sociale e svolga attività che lo gratificano”.

La testimonianza di Giusy Molena, Presidente dell’associazione “Non dimenticare chi dimentica” di Piove di Sacco: “I Centri Sollievo sono luoghi in cui si svolgono attività di stimolazione cognitiva in un clima informale e di gioco grazie all’aiuto di professionisti e volontari. In questo modo cerchiamo di aiutare i malati a preservare la propria dignità e autostima, che sono importantissime affinché non si sentano dei diversi. La miglior medicina comunque è l’amore: queste persone sono in grado di darti molto più di quello che ricevono”.

Infine, le toccanti parole di Letizia Espanoli, assistente sociale, ideatrice del progetto “Sente-Mente” e autrice del libro “La vita non finisce con la diagnosi” che ha ispirato il convegno: “La mente si ammala di demenza, ma il cuore no. Le persone affette da Alzheimer non perdono l’intelligenza del sentire, provano emozioni fino alla fine della loro vita e in fondo sono le emozioni a renderci esseri umani. Dobbiamo sgretolare lo stigma che c’è intorno a questa patologia, anche allenando familiari e caregiver all’auto-efficacia, perché non si sentano minuscoli e impotenti di fronte a una malattia che è gigante”.

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Matteo Ercolin
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