SOCIETA

Genesi di un cambiamento

October 27 2020
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NON SOLO CLIMATICO! Il mondo è cambiato, sta ancora cambiando e dovrebbe, deve, farlo anche l’uomo. I concetti di Giustizia e di Moralità evolvono con l’evolversi delle società. La scuola, da strumento tecnico formativo e culturale, ha acquisito una insostituibile valenza sociale di contenimento! Il sessantotto ha definito la fine della rivoluzione pacifica e del movimento pacifista. Il 1992, riforma la scuola. Molti credono di avere tempo in abbondanza. Il tempo non c’è: la natura cambia le carte in tavola. Forse, non per la prima volta

La civiltà odierna è forte, globalizzata: miliardi di uomini che affollano la terra, concentrati in metropoli e megalopoli tecnologiche.
Una civiltà complessiva, evoluta, specializzata, solidamente convinta della propria indistruttibilità e del proprio futuro, grazie alla padronanza quasi assoluta della tecnologia e della fisica.
Molti credono che il mondo produrrà robot capaci di svolgere anche l’ultimo dei lavori umani lasciando tempo libero all’uomo ma per far cosa?
Credono che la tecnologia permetterà uno sfruttamento pressoché infinito delle risorse naturali; credono di poter presto controllare il clima e dominare assolutamente e definitivamente la natura; credono che quando le risorse inizieranno comunque a scarseggiare, la tecnologia spaziale permetterà di colonizzare altri mondi eppure, non è stato ancora esplorato neppure il mare.
Le date nella storia sono gradini colorati di una scala a chiocciola che porta dal passato al presente.
Sono legate ad eventi, momenti fondamentali: pianerottoli dove si può fermarsi e osservare, pensare, meditare. In avanti la scala prosegue indistinta, priva di colori che permettano di identificare altri gradini ma ci sono certamente.
Sono passati cinquant’anni da quando il mondo, la società, si dice, è cambiata: il Sessantotto.
Ma quella data storica ha solo sancito la fine del cambiamento in atto.
Il cambiamento è avvenuto negli anni Cinquanta con effetti almeno fino agli anni Novanta del secolo scorso, per portare all’oggi così com’è, guardando a un nuovo futuro possibile che per avversario, questa volta ha il clima.
Cosa ha riguardato questo cambiamento epocale da essere rappresentato nella scala della storia con una rampa color arcobaleno?
È cambiato il sistema a supporto dell’autorità che ora è il capitalismo.
Sono i governatori del sistema economico che regge, indirizza, guida, lo sviluppo della società umana a livello globale.
L’autoritarismo però non è stato sostituito dall’autorevolezza, dal merito che era l’obiettivo.
L’autorevolezza richiede e si fonda sulla fiducia. Non c’è più fiducia nelle società, solo condizionamento.
Cento anni ci son voluti per vedere un cambiamento reale, non soddisfacente e diverso da quanto sperato, incompleto ma per il quale milioni di uomini hanno discusso, lottato, combattuto.
Cento anni fa una pandemia virale: l’influenza di spagnola ha provocato circa trenta milioni di morti nel mondo, allora molto meno popolato. In Italia tra tre e seicento mila. Come la grande guerra e insieme nulla hanno cambiato ma solo innescato la Seconda guerra mondiale. Un’occasione persa?
I concetti di Giustizia e di Moralità evolvono con l’evolversi delle società tendendo a dividere piuttosto che unire. Entrambi tendono a far assumere ad una parte il controllo, sgradito ad un’altra parte.
La morale aveva un nome: ‘perbenismo’. Nel cinquantotto la ‘legge Merlin’, in Italia difendeva la morale a servizio di Stato e Chiesa uniti che definivano il comune senso del pudore e censuravano film, libri parole e pensieri libertari.
L’autoritarismo: è rappresentato ed attuato dai leader carismatici passati ed attuali; quanti sono: da Hitler e Mussolini, a Lenin e Stalin, dai presidenti USA a quelli dei paesi mediterranei, africani, asiatici e dell’America del sud che hanno riempito la storia di orrore e sopraffazione e anche da due guerre mondiali successive alla pandemia. Un lungo elenco in continuo aggiornamento.
Le decine di milioni di morti che a quelli imposti dalla natura si sono aggiunti, sono stati il prezzo pagato dalle società per sostenere il concetto di autorità. Autorità spesso priva dell’autorevolezza derivante dalla fiducia ma ostentata e sostenuta dalla violenza, imposta con la forza.
La Chiesa dell’inquisizione si scontrava nel Concilio Vaticano Secondo, già nel 1959.
C’erano centinaia di migliaia di giovani senza futuro né lavoro in America. Dal 1955 venivano spediti a morire in Vietnam e ormai senza più alcuna giustificazione. Tornavano, drogati irrecuperabili da eroina e anfetamine, malati, stressati, senza assicurazione medica o prospettive di reintegro sociale, ad intasare i bordi delle strade americane: eroi della demagogia, sopravvissuti e sbandati, lasciati completamente a sé stessi con sussidi sufficienti a comprarsi la droga e l’alcool.
I comportamenti e le motivazioni dei drogati di quel tipo sono cambiati ed hanno cambiato il mondo assieme alle droghe diffuse, consumate e commerciate.
Negli anni Cinquanta e poi Sessanta la rivoluzione pacifista e musicale di Marley e Santana e poi dei gruppi americani ed europei, ha piantato i suoi semi.
La musica è cambiata. Bob Marley e Santana, poi i Beatles e i RollingStones, Joan Baez e Bob Dylan; i movimenti pacifisti, l’uso rilassante e meditativo delle droghe leggere, marjuana e Lsd; gli anni dell’amore libero e totale, del misticismo naturalistico, fino al concerto di Woodstock nel 1969. La musica è cambiata per prima e con la musica il messaggio ha circolato nel mondo.
Cos’aveva di particolare quel concerto per entrare nella storia? Poco: tre giorni di musica. Da tutto il mondo, decine di band minori e più famose, oltre mezzo milione di persone riunite e per la prima ed unica volta nella storia, non è successo nulla. Incredibile per gli USA dell’epoca dove razzismo, xenofobia e fascismo, imperavano. Nessuna violenza, nessun tafferuglio, nessuna repressione e la partecipazione di tanti gruppi internazionali dalle espressioni musicali coralmente impegnate in un messaggio pacifista unitario.
Poco? Non ci sono più state manifestazioni così. Il sessantotto ha definito la fine della rivoluzione pacifica e del movimento pacifista.
Il messaggio è giunto agli intellettuali, ha coinvolto studenti e professori è diventato rivoluzione ed è tornata in uso la forza: volevano togliere il bastone dalle mani dell’autorità e in fondo ci sono riusciti, invecchiando e sostituendo i predecessori.
Hanno sostituito il bastone con le carote. Ecco quello che abbiamo oggi: una enorme disponibilità di carote ma ai “cattivi”, queste non sono rese facilmente disponibili.
Il sessantotto riporta all’autoritarismo. Segna l’inizio della repressione, quelle delle rivolte razziali negli Stati Uniti, delle guerre mediterranee, degli anni di piombo in Italia.
Sono arrivati gli anni Settanta e i terroristi, la crisi energetica, la fine del boom economico. Gli omicidi di mafia e di politica, i tentativi di colpo di stato, la demonizzazione dell’uso libero di droga leggera fino alla estinzione della coltura della canapa, orgoglio e vanto dell’economia agricola e artigianale italiana come se questa e non quella diversa specie indiana, fosse l’origine di tutti i mali.
La censura colpiva le canzoni neomelodiche di Sanremo, la morale faceva arrestare le turiste tedesche che portavano gli hotpant’s sulle spiagge palermitane.
Non si poteva permettere che l’era dell’Aquario, imminente, cantata nel mondo, fosse un’era di pace, libertà, naturalità e meditazione incontrollate.
In Italia nel 1967 i Nomadi cantavano la fine del cambiamento: ai bordi delle strade Dio è morto!
PolPot ha cambiato il nome e l’intera popolazione del suo stato rinnovandola, sterminando quasi tutti i più anziani. C’era Mao Tze Tung in Cina e il libretto rosso e gli slogan urlati in piazza: la Cina è vicina! Ora la Cina è qui.
Mentre il mondo inorridiva, morivano uccisi nel 1965 Malcom X musulmano afroamericano e Bob Kennedy nel 1968, sull’altare del suprematismo settario da KuKlusKlan della razza bianca.
Razzismo, Antisemitismo, Omofobia. Parole tutt’ora purtroppo di attualità.
Il cambiamento pacifista e anche la sua fine iniziano in USA e procedono verso di noi e da noi al mondo.
La razza bianca, imperiale e colonialista e il fascismo, dominavano il mondo intero fondando la propria autorità sulla sopraffazione e la repressione. Un’autorità indipendente dall’autorevolezza: costituita, fondata non sul merito ma sul privilegio e sulla sopraffazione, sulla repressione, sulla coercizione.
Lo hanno fatto tutti negli ultimi cento anni. Lo hanno fatto da molto prima. Dittatori, o nemici del popolo, brutti e cattivi o buoni e bravi liberatori e difensori del popolo democratico.
I loro nomi? Hitler o Mussolini o Franco, Chamberlain, Lenin e Stalin, Eisenhower, De Gaulle, Khrushchev, Tito, Ceaușescu o Peron, PolPot, Mobutu, Mugabe, KK, Idi Amin Dada, Nguema il cannibale, Al Bashir, oppure Castro e poi ancora Gheddafi, Assad, Saddam, Erdoğan, Kim Jong-Une, Lukashenko e tanti, tanti altri; troppi.
Oppure ancora gli eroi arabi resi martiri in nome e per conto della controrivoluzione fondamentalista religiosa.
Chi non era o non è tutt’ora d’accordo, veniva semplicemente arrestato, privato di ogni diritto, isolato, deportato, mandato a combattere, a morire, a soffrire, in tutto il mondo. In ogni caso un Dio era con loro e la loro causa era giusta.
Tutto questo sta ancora succedendo e ricominciano ad apparire anche da noi in Europa, i mai scomparsi fascismi dai vari colori.
Gli anni Ottanta delle crisi. È cessata la guerra fredda, il nostro boom economico si è andato esaurendo al mancare dei fondi di sostegno russi e americani, è caduto il muro di Berlino, la Chiesa si sta adattando, riottosa e molto malvolentieri, ai dettami del Concilio Vaticano e ancora oggi una parte resiste.
La società è cambiata? Certamente. Una nuova società nella quale troppa gente chiede invece di dare e allora implora; la massa razionalizza l’ideologia, sostiene localismi e autoritarismi, appoggia volente o nolente le dittature e forse non si rende neppure conto di subirle. Lo fa semplicemente delegando, in nome di poche, affermate, certezze, ogni forma di responsabilità.
Cresciuti in quel clima pacifista e ambientalista i più giovani hanno preso il posto dei più vecchi, smorzando l’autoritarismo violento, ma senza rinunciare al privilegio dell’autorità e questa volta, negli anni Novanta erano armati. Avevano internet.
Hanno sacrificato la propria indipendenza ad una forma di autorità basata sul denaro o sull’apparenza, cambiato, ma solo l’abito, svendendo l’autorevolezza ad una nuova forma di autoritarismo: quello della nuova economia globalizzante in mano alle multinazionali. Quello che ritiene il cambiamento climatico un motivo di preoccupazione ma solo per l’economia, ora ampia e globale. Quello che intende sfruttarlo come una nuova opportunità.
Oggi l’autorità è contenuta ed esercitata in un telefono cellulare.
Oggi la musica canta dei soldi, soldi, soldi… sono importanti solo i soldi!

Esiste un’altra data storica, almeno per l’Italia e questa definisce realmente il cambiamento, il passaggio definitivo dal bastone alla carota e demolisce completamente e contemporaneamente, l’autoritarismo e l’autorevolezza: il 1992, la riforma della scuola, la democraticizzazione del sistema scolastico, l’abolizione dei ceti e delle categorie sociali, la liceizzazione degli indirizzi professionali, l’avvio massivo verso l’università. Sempre più studenti e insegnanti, sempre meno selezione, meno lavoratori, meno artigiani, meno tecnici a richiedere l’accesso al mondo del lavoro, alle sue tutele e per tempi sempre più lunghi.
La scuola, da strumento tecnico formativo e culturale, ha acquisito una insostituibile valenza sociale di contenimento! Passata quasi inosservata fino ad ora, emersa in piena luce grazie alla pandemia da Covid e ai connessi problemi per l’economia.
Il cambiamento: solo oggi, in tempi di Coronavirus dilagante cento anni dopo la pandemia di spagnola, ci si rende generalmente conto di quanto fondamentale la valenza di servizio sociale, supplente delle famiglie, sia stata acquisita ed esercitata dalla scuola.
I genitori affidano i bambini e i giovani alla scuola e le delegano la custodia dei figli, l’educazione e la formazione culturale e sociale disinteressandosene, troppo impegnati a lavorare per pagarsi il diritto a lavorare.
L’economia regge la nostra società e il legante è la tecnologia che rende dipendenti come le droghe e che ha fame di energia.
Occorre concentrare gli individui per fornire servizi tecnologici che rendono la vita più facile, meno dura se non meno faticosa, offrire svago a riempire le ore di riposo o assenza di lavoro che sono sempre di più, per una quantità sempre maggiore di individui.
Nelle città sempre più grandi e difficili da gestire e controllare, si perde di vista ogni possibile sentimento identitario e lì la società cambia le sue regole di convivenza.
La precarizzazione dell’offerta lavorativa, vittima del commercio globalizzato, complica le cose.
La stabilità sociale ora torna a chiedere localizzazione e confronto diretto, certezze imposte da una autorità costituita riconoscibile, concede la forza di imporla.
L’immigrazione, sostenuta dai cambiamenti climatici, realmente attivi e concreti e con effetti deleteri subiti dagli emigranti, rende sempre più difficoltosa la convivenza e pressoché impossibile l’integrazione.
Il cambiamento coinvolge la politica. La qualità e l’autorevolezza delle istituzioni e dei suoi rappresentanti vanno perdute con la fiducia della gente. Da molti viene rimpianto l’autoritarismo.
Il cambiamento avviene soprattutto in città perché quelli fuori dalle grandi città, pur tanti, sono solo numeri da contare e sfruttare, sapendoli conservatori dello status quo conosciuto e refrattari ai cambiamenti rapidi.
Le variazioni climatiche colpiscono rapidamente e differentemente nei vari luoghi sul pianeta, i più disagiati ma gli effetti si sommano dove la richiesta di servizi è maggiore.
Cambiamenti naturali di un ciclo naturale dai tempi geologici sui quali l’umanità, nella sua parte più industrializzata e ricca, ha agito e agisce come un catalizzatore, accelerandone e drammatizzandone non tanto l’evoluzione generale ma gli effetti locali.
Gli effetti non sono presentati come derivanti dalla incapacità di adattamento, economico e sociale, delle società massicciamente urbanizzate ai fenomeni naturali in evoluzione ma spacciati come colpa esclusiva dell’uomo, tutta l’umanità beninteso non solo in parte, monito divino a cui si può abbastanza facilmente tutto sommato, porre rimedio senza pagarne il vero prezzo.
Un tentativo misero e fallimentare: cambiare gli stili di vita in costante peggioramento nelle megalopoli.
Una umanità industriale e tecnologica, totalmente dipendente da esse, affamate di energia. Il cambiamento climatico è presentato come semplice concausa.
La temperatura terrestre cresce da oltre diecimila anni durante questo lungo periodo di post glaciazione con picchi intermedi di durata millenaria, di aumento parossistico e altrettanto parossistica diminuzione. Entro cento anni arriverà ad essere circa due gradi mediamente superiore all’attuale, cambiando la stessa conformazione geofisica dei luoghi, oggi dominio arrogante di un’umanità presuntuosa.
L’uomo non può farci nulla se non prenderne atto e cercare di adattarsi, adattare la sua produzione, la sua economia, i suoi progetti di sviluppo e dunque di ritardare per quanto possibile questo incremento, riducendo la sua azione catalizzatrice.
Un processo che richiede necessariamente autoritarismo decisionale.
L’uomo in quanto tale, inteso come umanità, può solo sopravvivere al momento ed alla condizione: non può decidere in modo complessivo e tantomeno progettare il suo futuro. Dunque, ci risiamo.
Un cambiamento c’è stato, è avvenuto, ha completato il suo ciclo ed ora inizia quello nuovo. Da una pandemia all'altra!
Nonostante la tecnologia, aumentano col calore climatico, anche i bisogni della gente. Dal bisogno deriva la necessità. La necessità è il precursore della violenza. L’occidente, troppo evoluto, ricco ma non sazio, popolato e specializzato, non può permettersela perché, semplicemente, manca di spazio.
L’uomo è un animale adattato a vivere in gabbia rispettando le regole dello zoo. La gabbia è il territorio da difendere e proteggere perché è la fonte del cibo. Gli animali sono buoni, innocui, se hanno da mangiare e da bere. Diventano aggressivi se hanno fame o sete o sono gelosi o sono arrabbiati o sono in amore. Per fortuna solo un paio di volte all’anno.
Siamo anche uomini certo. Il cuore e il cervello ci definiscono per quello che siamo, non solo la pancia ma qualcuno può facilmente rinunciare ad essere sé stesso a favore di un animale selvaggio, avido, dal carattere aggressivo che risiede da sempre all'interno della nostra essenza.
Il cambiamento climatico e sociale in atto ha semplicemente aperto le gabbie lasciando liberi gli animali.

La società è cambiata e in meglio: caotica certamente ma da noi che non eravamo e non siamo l’umanità, si vive ancora in pace.
Il sogno, tuttavia è ormai concluso e da tempo. Forse nuovamente, ricominciando da qui, tra cento o mille anni, chissà?
La storia continua a scorrere generando eventi. Abbiamo di nuovo una pandemia, quella di coronavirus, devastante per le società degli uomini, per l’economia del mondo intero. Un’occasione che può nuovamente essere persa?
Affascinati dal passato sconosciuto ai più, modificato, edulcorato, che gli viene presentato pieno di eroismo e romanticismo e gloria e sempre a lieto fine in ogni film o libro, nelle serie televisive o nelle telenovele, a scuola, senza saperlo e scontenti del presente, incerti del futuro, gli uomini pieni di tempo libero delle megalopoli cercano il loro passato senza rendersi conto che probabilmente troveranno solo il loro futuro.
La guerra e la violenza, la morte di molti, cui anche la natura contribuisce, costituiscono l’unica vera via d’uscita?




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Antonio Balzani
Libero professionista - Consulente - Docente - Antonio Balzani gestione sistemi ambientali
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